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Il Traditore – Marco Bellocchio:
Luccicante nero

Regia: Marco Bellocchio
Sceneggiatura: Marco Bellocchio, Ludovica Rampoldi, Valia Santella, Francesco Piccolo, Francesco La Licata
Cast: Pierfrancesco Favino, Maria Fernanda Cândido, Fabrizio Ferracane, Fausto Russo Alesi, Luigi Lo Cascio
Anno: 2019
Produzione: Italia, Francia, Germania, Brasile

Marco Bellocchio in the footsteps of a mafia informer - Festival

Con Il Traditore, Marco Bellocchio si dimostra più lucido, capace, complesso, voglioso di Cinema che mai. Non che abbia mai smesso, ma – sia formalmente che tematicamente – lo ritroviamo, alla soglia degli ottant’anni, ad orchestrare un film complesso, fresco, composto da molteplici registri, corpulento, sfaccettato.

Un’architettura classica, un evidentemente enorme lavoro di ricerca, il campo minato del voler rappresentare una figura ambigua e “diagonale” come quella di Tommaso Buscetta: di Mafia, di processi, di umanità, di delitti, di pentimenti. Il tutto sempre cercando di rimanere nelle giuste prospettive, nel cono d’ombra, senza travalicare confini. Non devono esserci né mito né giudizio, ma quell’equilibrio e quella chiara, convulsa, acre ambiguità che del Cinema di Bellocchio è sempre stata l’essenza.

Un’essenza che si ritrova aggiornata, nei ritmi mai scontati e semplici del “dramma moderno”, del film-processo, della biografia; capace di rimanere tanto nei ranghi narrativi che fedele al nucleo del discorso. Il tutto nella sgangheratezza tecnica quanto nel mescolare stimoli e registri differenti: non ci sono più i carboncini compatti e perfezionisti di Daniele Ciprì alla fotografia, ma Vladan Radovic e la sua versatilità: un fattore portante per Il Traditore, che vive di registri e stili differenti a seconda di quel che accade, di quel che racconta. Una caratteristica imposta anche dai limiti tecnici, ma che contribuisce ad un certo senso di estraneità, una resa visiva – qui un digitale affaticato dalle riprese notturne ed intime, lì una resa chiaroscurale rigoroso in tribunale – capace di guidare, di indicarci le scorze differenti sotto le quali soggiace il film.

Perché Il Traditore è storia di un uomo, vicenda mafiosa, carrellata di interrogatori ed insieme angolo familiare: mai tutti insieme, ma uno alla volta, con stacchi netti tra una situazione e l’altra che sono sia ellissi sia mutazioni d’atmosfera. Questa la “sgangheratezza” di cui sopra, con cui Bellocchio tiene viva l’attenzione, tramite contrasti cinetici (cambiano i frangenti, i continenti, gli anni) che salvano ed elevano una struttura “a regola” che in mano a qualcun altro sarebbe potuta essere un lungo susseguirsi di inquadrature di persone che parlano e di didascalie dove/quando.

E al centro di tutto, un Pierfrancesco Favino che finalmente non fa Pierfrancesco Favino ma che si trasforma completamente in Tommaso Buscetta: faccia di plastica, espressione di bronzo, voce tagliente, parlata greve. Un oscuro punto di domanda ambulante essenza del film, del suo significato tutto.

Sarebbe potuto durare anche tre ore, con i suoi momenti famigliari e i suoi infiniti confronti in tribunale, Il Traditore, perché quella dataci da Bellocchio è una radicale immersione nell’ambiguità più assoluta.

 

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