Venezia 2017

Venezia 2017: Lean on Pete di Andrew Haigh (in concorso)

Lean on Pete

Andrew Haigh è un regista dall’inspiegabile successo. O meglio: un fortunato. Perché passare da un filmetto di stereotipi come Weekend a una buona prova come 45 anni per approdare al genere di cinema più cancerogeno del presente (sì, più dei Cinecomic) riscuotendo comunque consensi può essere considerato unicamente come una parabola di botte di culo.

Probabilmente chi scrive non riesce a cogliere quale sia la luce che lo faccia brillare agli occhi dei più, perché molto probabilmente ha un filtro ottico che lo mette al sicuro da certe radiazioni.

Con Lean on Pete ci troviamo davanti al più trito, sciapo, stanco, incosistente, macchiettistico genere: quello dell’on the road americano. Probabilmente a chi scrive manca la cultura, ma all’ennesima pellicola di scenari, umori, temi sempre identici a loro stessi lo scetticismo sovrasta la capacità di giudizio. Il mondo whitetrash è tutto qui? A cosa serve questa America, a cosa serve narrare personaggi totalmente incapaci di stare al mondo? Che punto di vista offre ricalcare proprio un mondo totalmente chiuso e rattrappito nei propri cliché? Siamo ancora fermi alla pornografia della povertà travestita da avventura (molto probabilmente peggiore della pornografia della povertà pura e semplice)? Siamo ancora fermi ai fratelli con le birre in mano? Alle baracche? Ai deserti?

Con Lean on Pete siamo davanti al più rimasticato starmal-ismo, all’ennesima prova di un cinema intrinsecamente stanco, vuoto, qualunquista, abusante, disonesto.

Condividi

Articoli correlati

Tag