in sala (cannes 2014)

… Io prometto, e non mantengo: LE MERAVIGLIE di Alice Rohrwacher

le meraviglie (2)

REGIA: Alice Rohrwacher
SCENEGGIATURA:  Alice Rohrwacher
CAST: Maria Alexandra Lungu, Sabine Timoteo, Sam Louwyck, Alba Rohrwacher, Monica Bellucci, Agnese Graziani
NAZIONALITÀ: Italia, Germania, Svizzera
ANNO: 2014

Sì, è antipatico dirlo, è ancor più sgradevole notarlo, ma il Grand Prix appena agguantato a Cannes da Alice Rohrwacher per questo suo Le meraviglie giunge totalmente a sproposito. La Campion e la sua ciurma saranno forse stati conquistati dal microcosmo atavico e superitaliano di una realtà contadina – per scelta –, o più banalmente dall’imperante femminile (e come resistere agli occhioni di Marinella e alla fiera saldezza di Gelsomina?). Peccato che ci sia poco da esultare: l’opera seconda della giovane regista sa già di un passo non più lungo della gamba, bensì più breve e frettoloso.
“T’appartengo e io ci tengo”, cantano le bambine scorrazzando tra i campi impervi e bisticciando per un briciolo d’attenzione paterna. “Se prometto, poi mantengo”, assicura la Rorhwacher post-debutto brillante. E invece.
È indubbio che abbia mestiere: il suo sguardo naturalista sul folklore è genuino, si assapora assieme ai personaggi una quotidianità pungente e nitida che si appiccica addosso, siamo a parità di respiro con la giovanissima protagonista, e ciò forma premesse intriganti almeno nei primi godibili 45 minuti. Ma se tutto questo ci ricorda qualcosa, non dobbiamo stupircene: Le meraviglie riprende pari pari (evidentemente, consideratone il successo) l’esordio Corpo Celeste, riproponendo la fascinazione televisiva (che lì andava a infilarsi nelle dinamiche religiose), il tumulto incerto della preadolescenza e la provincia ai margini, ma con meno compattezza e freschezza, con maggior autobiografismo ma minor, si percepisce, impellenza. È una pellicola composta di sostanziali istantanee, separate a volte bruscamente (ma stacchi efficaci): alcuni momenti sono luminosi (come l’abbraccio familiare e azzurrino sotto una coperta al riparo dalla tempesta), altri però superflui, facendo traboccare letteralmente il miele dal vaso. Nella seconda parte si rivela così tutto troppo, troppo lungo, troppo ingrossato di simbolismi (il cammello, il flash onirico, il paese delle meraviglie), troppo marcato (la figura del padre, davvero esageratamente rigida e monodimensionale), ed è troppo ingombrante la Bellucci. Si giunge alla fine quasi con un sospiro di sollievo, e dispiace perché è a quel punto che arriva la scena migliore. Un pianosequenza che si tuffa nel futuro, tramutando i personaggi in fantasmi, setacciando le spoglie di un’epoca che non è più, che si scioglie in una parvenza ectoplasmica di rovine e ricordi.

*Post it: la bella scena d’apertura del film pare una copia carbone di quella, sempre iniziale e bellissima, di C’era una volta in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan, quest’anno in concorso a Cannes con la Rohrwacher e appena insignito della Palma d’Oro per Winter Sleep.

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