venezia-2018

Sulla mia pelle – Alessio Cremonini: sulla nostra pelle

Regia: Alessio Cremonini
Sceneggiatura: Alessio Cremonini, Lisa Nur Sultan
Cast: Alessandro Borghi, Max Tortora, Jasmine Trinca, Milva Marigliano, Andrea Lattanzi
Anno: 2018
Produzione: Italia

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“Sulla mia pelle”, su carta, poteva apparire come un suicidio artistico capace più o meno di decretare la fine (prima dell’inizio) di una carriera cinematografica. Cremonini, secondo lungometraggio, ma attivo come docente e sceneggiatore da almeno una ventina d’anni prima, propone, a conti fatti, quello che è sembrato ai più un esordio vero e proprio. Tale è il risultato dell’operazione, ché ora per Cremonini sarà ardua, piuttosto, la seconda prova: “Sulla mia pelle” è giustamente, doverosamente, un’opera in tono minore, sommessa, educata, che non vuole farsi grande, che sa stare funambolica sul filo, prima di tutto, etico, dell’approccio alla cronistoria dell’assassinio scellerato di Stefano Cucchi. Sì, sulla pelle di Cucchi viviamo il calvario di una vicenda di cronaca vergognosa (è bene ribadirlo, con buona pace di tutti i punitori dell’ultima ora), che prima di essere corpo di denuncia politica, è epidermide viva e umana, umanizzata sui pixel dello schermo. Al di là dei giudizi partitici e della pedagogia retorica di certo documentarismo, Cremonini è al di là, ma non dello stile documentario, da cui prende la necessità di una negoziazione antropologica, ben conscio non tanto del rispetto da dover portare a chi ora si fa portavoce della sua storia (la sorella, Ilaria), quanto di come si debba trasporre uno scandalo reale in immagini, eludendo qualsivoglia culminatio ed enfatizzazione, muovendosi su un lirismo in sottrazione, minimale, rubato al found footage, senza per questo farsi scopiazzatura o auto-exploitation. Insomma, Cremonini riesce in un’impresa di non poco conto, laddove tanti, troppi, periscono, pure con materiale d’invenzione: il low-profile di regia, secca, austera, calibrata, sospirante, ma anche di istanze attoriali, coralmente sommesse, eppure partecipi nel presente dell’orrore di quei giorni, rende un piccolo film una notevole lezione di sguardo cinematografico. E poi, soprattutto, il lavoro mastodontico di Alessandro Borghi alla sua prova più lucida e rigorosa fin’ora, a non sbagliare un battito di ciglio, nella riduzione scheletrica e tumefatta mai ridondante e accentata: tutt’altro, una maschera somigliante, ma non teatrale, egli fa di sé un corpo vituperato, ma restaurato, riabilitato dalla messa in scena, sempre parca, eppure onorante il suo strazio. Il dolore e le botte ci sono, e come nella migliore lezione bressoniana, è fuori dallo schermo e, allora, altisonante, lo sentiamo urlare, nel silenzio di tomba di una storia di abuso per troppo tempo rimasta impunita. Il lavoro certosino, è evidente, operato sul materiale giudiziario vuole rimanere al limite dell’imparzialità, lasciando i fatti stessi, incontrovertibili, a parlare. A ricordarci come sempre, anche quando la colpevolezza, altrove, esiste, è necessario astenere la riprovazione sociale, la giustizia fai-da-te, l’impugnatura di una sentenza popolare: il patimento di un uomo è tale, e un uomo è sempre un uomo, fino a che ad egli vien tolta la dignità. Ottimo esempio di come il cinema può farsi educativo, sociale, civile, senza perdere l’integrità, la faccia. Positifcinema assegna la Coppa Volpi ad Alessandro Borghi.

 

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