venezia-2018

Zan (Killing) – Shin’ya Tsukamoto: Di coccinelle e anime perse

Regia: Shin’ya Tsukamoto
Sceneggiatura: Shin’ya Tsukamoto
Cast: Shin’ya Tsukamoto, Sōsuke Ikematsu, Yū Aoi
Anno: 2018
Produzione: Giappone

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Sul finire della Mostra ecco che arriva sua Maestà Shin’ya Tsukamoto a mettere tutti in riga e a ricordarci come diamine si fa il cinema. Per l’ennesima volta.

Armato di quattro stracci e due camere digitali (e poi solitario in sala di montaggio) riesce a donarci la bomba del Festival, nonché uno sei suoi film migliori. Un’opera di samurai, di formazione, di valori, di metafore, di combattimento, di violenza; ma prima di tutto un’opera di Tsukamoto, forte del suo tipico riuscire a delirare in modo appassionato ed ordinato, con uno script abbozzato, con una potenza visiva e ritmica fuori da ogni rango.

Di nuovo, al centro, sempre solo l’uomo e l’umanità. L’uomo che pensa, l’uomo che idealizza, l’uomo che desidera, l’uomo che combatte. L’uomo di carne e di anima. Umanità che è nel dissanguare e nell’indugiare su una coccinella, nella paura quanto nel voler afferrare la propria essenza, guerriera in questo caso. Una frenesia che impatta visivamente, ancora, come uno schiaffo, come un’iniezione, come uno shock.

E se nel penultimo Nobi – Fires on the Plain l’urlo di follia era corale e pirotecnico, qui l’esistenza e le pulsioni si concentrano sui singoli corpi, sui polsi, sui respiri, in un’intimità torva, tanto fatalista quanto liberatoria nella sua compiutezza narrativa.

Quello di Tsukamoto continua ad essere un Cinema di furore, di inquadrature, di montaggio: quel cinema pulsante di sola apparente semplicità (anche di fronte alla povertà di mezzi tecnici) che nel suo continuo scavare nuovamente si libera dagli orpelli per regalarci un cuore dilaniato e rimbombante. Un cinema musicale, nel suo essere ritmo, un complesso dove la batteria è padrona, intensa e tutto il resto scorre nella più luccicante semplicità, quello della melodia umana.

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