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SPIDER-MAN: HOMECOMING di Jon Watts: The everlasting teaser

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REGIA: Jon Watts
SCENEGGIATURA: Jonathan Goldstein, John Francis Daley, Jon Watts, Christopher Ford, Chris McKenna, Erik Sommers
CAST: Tom Holland, Michael Keaton, Jon Favreau, Zendaya
NAZIONALITÀ: USA
ANNO: 2017

Serietà e serialità aumentano la distanza. Tempo fa erano i trailer e affini ad assolvere il compito dell’esca (richiamando più gente possibile per vendere una cosa in particolare), mentre ormai i confini sono spariti ed il battage non finisce mai – e se fa notizia che qualcuno voglia fare causa alla Warner per pubblicità ingannevole perché il trailer di Suicide Squad era fighissimo ed il film invece no, dal versante Disney la scorpacciata di polistirolo non conosce ostacolo. Eternamente in tour, perpetuamente in promo: ma cosa sta a vendere cosa? Film che vendono film che vendono merchandising che vendono pacchi di film (che arriveranno a superare le due dozzine sull’arco di dodici anni) che vendono videogiochi (forse l’ambiente che, alla fine dei conti, artisticamente ne giova di più) che vendono quel che volete («Vorrei uno Spider-burger»?). Il concetto di film(s)=pupazzetto(s) sarà anche vetusto, in continuo cambiamento di vesti, ma (il peggio non è mai il peggio) siamo giunti a vette raggelanti e, anche solo rimanendo sul godimento/giudizio del prodotto cinematografico, raccogliamo briciole e bulloni solo andando per contrasto endemico. Perché se i Captain America e soprattutto i Guardiani suscitano entusiasmo è solo perché la dieta Disney è qualcosa al limite del crimine di guerra ed è portentosa la mancanza di pudore con cui trattano i nomi con cui vanno a collaborare, mettendo tranquillamente sotto gli occhi di tutti l’intenzionalità della loro mediocrità ricercata.

Quelle di Weadon, Wright, Edwards, Lord & Miller sono storie note, quindi non tiriamo in ballo il povero Jon Watts, che ha solamente la colpa di averci messo la faccia e il nome e di aver incassato assegni. Ma non cadiamo nemmeno nel meccanismo del comparativo accomodante.
Homecoming è un film pessimo, uno spin-off inconcludente, una trasposizione aberrante. La cosa peggiore è che nel suo essere ennesima rotella di un ingranaggio gigantesco, tutto ciò ha senso. Se, per non saper né leggere né scrivere, da una pellicola di questo tipo ci aspettiamo una miscela di personaggi/sentimenti/spettacolo, ecco ciò che abbiamo: una vicenda teen che ha il solo pregio di avere dei dialoghi e delle dinamiche talvolta allettanti (in giro si legge che sono probabilmente la parte migliore del film: è vero) che per questioni di scelte anagrafiche (tecnicamente lo Spider-Man di Tom Holland è nato a Torri Gemelle crollate e dopo l’uscita dei primi due Spider-Man di Raimi) tralascia quasi del tutto la componente romance per dedicarsi a una manciata di cool issues calibratissimi (leggi: generici); una dimensione sentimentale messa in bocca unicamente al villain Michael Keaton (interessantissimo povero Cristo datosi al crimine, ma oggettivamente ultima ruota del caro del film, non sia mai che qualcosa possa avere del magnetismo a parte RDJ!); una componente action ridotta ai minimi termini che risulta essere il fulcro del dispiacere che il film suscita.

Possiamo accettare la pochezza delle caratterizzazioni e degli approfondimenti perché in fondo a portare avanti la baracca del MCU è un miliardario senza identità segreta e non c’è motivo pecuniario per fargli mettere le scarpe in testa da un adolescente problematico potenzialmente troppo tradizionale (la Sony stessa ci aveva provato, dando allo Spider-Man di Garfield più coolness del necessario), ma non davanti all’esilità del plot e alla carenza visiva del tutto.
Almeno a livello di vicenda, è stata la stessa Disney a dare un esempio decente di spin-off con Rogue One, che perlomeno andava lì a tappare un buco narrativo con inizio-svolgimento-fine e tanti saluti, mentre in Homecoming Peter Parker telefona a Jon Favreau, si annoia, prova a fare il supereroe senza nemmeno riuscirci, ed è tutto un procrastinare, come se fosse un lungo teaser verso altro (quell’altro che nel MCU si fa sempre attendere e poi arriva quasi senza che ce ne accorgiamo), come se si trattasse di un film su Tony Stark con però le inquadrature rivolte verso altro. I grilli per la testa a Peter Parker? Glieli ha dati Tony Stark. Il costume? By Tony Stark. Qualcuno a cui telefonare? L’assistente di Tony Stark. Un nemico? Alla fine, anche quello, fornito da Tony Stark.

E chi/cosa è in Homecoming Peter/Spider-Man? Bimbo Ragno, così viene chiamato. Ecco cos’è. Un ragazzino con dei poteri e attrezzature costose, senza particolari questioni in ballo, senza un conflitto determinante a tenere in piedi la sua storia (vedi la distanza tra l’oggetto del desiderio del personaggio e quello degli spettatori), senza un carattere che dia un attrito negli occhi di chi guarda. La passione che ci viene data è sì eminentemente teen, ma del tipo a lunga scia (episodico, televisivo) in cui la diluizione fa sì che non ci possa scottare, al massimo contribuendo alla tendenza al voler saperne di più. Un segmento incompleto nel minutaggio totale della saga, un osso senza carne attaccata, in cui questo eroe viene depauperato di ciò che gli spetta.

E tolti personaggi, plot (l’atmosfera è stata abolita d’ufficio tempo fa) cosa rimane? Ce lo ricorda da anni Michael Bay (quando non fa i suoi film indipendenti): lo spettacolo, il fottuto spettacolo, i colori combattenti che saturano lo schermo, la coreografia dello scontro, l’eleganza del corpo a corpo, il piacere della dinamicità, la totalizzazione dell’elemento visivo. Ma qui abbiamo la conferma estrema di quanto la flatness dell’MCU non faccia prigionieri. In epoca di piani sequenza potenzialmente infiniti e di composizioni del quadro senza vincoli fisici a regnare è invece lo s-montaggio, quello che invece che arricchire la sensazione, la visione, la percezione annienta il tutto in nome di un caos dei cui motivi si è ormai persa l’origine. Tre stacchi per far vedere qualcuno che salta una recinzione in un balzo sono troppi, da almeno dieci anni. Inquadrare un po’ di tutto e buttare tutto assieme sembra più una cosa da tv (e lì funziona pure meglio). Manco i montatori fossero pagati a cottimo. Ovvio che poi siano i dialoghi a risaltare.
Potrebbe essere eccessivamente romantico e datato rimpiangere quel piano sequenza rabbioso, corposo e sinuoso con cui Spider-Man entrava in scena per la prima volta subito dopo la morte dello zio nel film di Raimi del 2002, o quello euforico e malinconico del finale di quello del 2004? No, non lo è, soprattutto davanti a questa brodaglia. Ancor di più a pochi mesi da quello sporco, crepuscolare, brutale e sanguinolento on the road che è Logan – The wolverine.

Dov’è il cuore di questo filmetto? Dov’è il cinema di questo filmetto? Che cosa ci vogliono vendere? La Morte Nera della LEGO, forse, unico elemento non strettamente narrativo piazzato nel film (e che costa, sul sito ufficiale, 499 dollari). Il cuore non c’è, e il cinema è tenuto a bada, sparuto elemento audiovisivo. Spider-Man sarà pure tornato a casa, ma per ora è in cantina, à la Fritzl. E Homecoming è un cartellone pubblicitario animato. Punto. Ma non che siano dei cattivoni, è che in giro è pieno di coglioni.

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