#5 - FINE DI UNA STAGIONE

FINE DI UNA STAGIONE: #5 IO E TE di Bernardo Bertolucci

REGIA: Bernardo Bertolucci
SCENEGGIATURA: Bernardo Bertolucci, Niccolò Ammaniti, Umberto Contarello, Francesca Marciano
CAST: Jacopo Olmo Antinori, Tea Falco, Sonia Bergamasco, Veronica Lazar, Tommaso Ragno
NAZIONALITÀ: Italia
ANNO: 2012
USCITA: 25 ottobre 2012

TUTTO SOLO NELLO SPAZIO E NEL TEMPO
NON C’E’ NIENTE QUI, MA QUEL CHE C’E’ E’ MIO
QUALCOSA PRESO IN PRESTITO
QUALCOSA DI TRISTE
OGNI ME ED OGNI TE

Bertolucci è uno di quei grandi che però non sembrano invecchiare mai, capace di avere uno sguardo giovane (turco), limpido nella sua cristallina sincerità effervescente, e al contempo di possedere il controllo di un maestro il cui ogni singolo quadro composto è pieno nel suo essere evocativo, espressione di un mood, un’emozione (emozionarsi: (quel che rimane del) cinema) che fa parlare il silenzio, lo sguardo nel vuoto, la speranza nel buio di un paio d’occhi adolescenziali, forse quelli di Michael Pitt in The Dreamers se fosse stato un depresso ma ugualmente solo, fetta mancata di un amore mai esistito. Il bunker/cantina come luogo di reclusione per due vampiri (lui legge a testa in giù, lei si presenta con una lunga pelliccia nera da impazzita e carismatica regina dannata della notte) che prima si respingono per poi imparare a riconoscersi, ad essere, appunto, io e te te ed io senza everyone we know, giacchè il mondo fuori è la vera paura da abbattere, la barriera da superare. Magnifico racconto di formazione dall’incredibile asciuttezza, come se il giovane Antoine Doinel de I 400 colpi fosse finito in una dimensione parallela e invece di andare in riformatorio sia riuscito a specchiarsi negl’occhi di un altro, sangue dello stesso sangue, carne della stessa carne. La sofferenza che emana è la medesima, così come l’empatia: Bertolucci ha la stessa delicatezza e poesia del miglior Truffaut quando volge il proprio sguardo agl’adolescenti, la stessa capacità mimetica, mai inquisitrice ma sempre mo cuishle. Il taglio è quello fantasmatico di Clint Eastwood, lo stacco impercettibile appena prima che la scena si trasformi in melodramma, in ricatto o moralismo; anche Bertolucci si è trasformato in un ectoplasma, in una scia che scorre impalpabile e infinitesimale, tanto da essersi strappato di dosso la malizia che da sempre pervade il suo cinema: qui l’attrazione si fa malinconica dolcezza, un abbraccio di quelli che vorresti durassero per sempre ma che sanno già di addio, d’irripetibilità, di strade incrociate destinate a separarsi, verso altri mondi e altre visioni. Indimenticabile e bellissima scena del ballo sulle note di David Bowie, dove il pathos corre sul ritmo di due corpi che si fondono, anch’essi fantasmi che però stavolta riprendono vita, respiro e pulsazione. L’Io è finalmente diventato Te, gli occhiali da sole per nascondersi non sono più necessari.

(and you are so beautiful
that I will drink my fill
more pure and more suitable
than any pint of poison
i could guzzle or spill)

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