WAR HORSE di Steven Spielberg

REGIA: Steven Spielberg
SCENEGGIATURA: Richard Curtis, Lee Hall
CAST:  Jeremy Irvine, Emily Watson, Peter Mullan, David Thewlis, Niels Arestrup
NAZIONALITA’: USA
ANNO: 2011
USCITA: 17 febbraio 2012

NON SI UCCIDONO COSÌ ANCHE I CAVALLI?

Non muoiono anche i cavalli? O possono essere immortali, come il protagonista equino di War Horse? Il quale riesce bel bello a passare da una trincea all’altra, a generare una gara tra gli eserciti nemici, che per l’occasione fanno una breve tregua, per salvarlo. Ma non è finita qui. Nel bel mezzo di una guerra che sconvolge l’Europa intera il nostro quadrupede riesce infine a ritrovare il suo vecchio padrone che lo allevò nel Devonshire, il quale lo riconosce pur essendo temporaneamente accecato. Insomma se il cavallo Joey fosse stato ne Il padrino, l’avremmo visto risvegliarsi e trovare una testa umana sul suo letto di paglia. E che dire del vecchio contadino – interpretato da Niels Arestrup ormai relegato al ruolo di nonno-francese-di campagna-commosso dopo La chiave di Sara –, presso cui il cavallo aveva soggiornato, che, saputo non si sa come che questi finiva all’asta, arriva da deus ex machina a salvarlo dalle grinfie del macellaio? Improbabile? Impossibile. Evidentemente il cavallo Joey, che non ha una consistenza psicologica da animale antropomorfo, tranne quando versa qualche lacrimuccia per la morte del suo amico/rivale cavallo nero, sottende una qualche metafora. Le interpretazioni che si possono dare al film sono diverse. 

1) Alla ricerca dello Spielberg perduto. Dopo aver ripreso Indiana Jones e prodotto Super 8, il regista vuole evidentemente tornare sui propri passi iniziali. Inserisce peraltro in War Horse una sorta di scena primaria, un duello tra il cavallo e un poderoso, e minaccioso, mezzo blindato che senza motivo decide di accanirsi contro il povero quadrupede. Non si vedono i conducenti del mezzo, proprio come succedeva per il guidatore dell’autocisterna di Duel, e il confronto diventa così quello simbolico, e impari, tra la natura e la megamacchina che ha perso ogni controllo umano. Ma il cavallo Joey è soprattutto il contraltare dello squalo nel film omonimo, o dei dinosauri di Jurassic Park, discendenti a loro volta dagli uccelli di Hitchcock, simbolo della natura, e della sua energia, che difficilmente si riesce a imbrigliare. Emblematica in tal senso la corsa tra il cavallo e la macchina. Quel confronto tra natura e cultura che diventa, in altre opere, il contrasto tra l’irrazionale e il fideismo scientifico. Il paesaggio idilliaco di campagna del Devonshire dell’inizio, reso in tutto il suo splendore, acquista il significato dell’eden perduto, una sorta di parco giurassico, che contrasta con quello grigio e cupo della guerra. Il regista aggiunge così il tema bellico, altro argomento da lui prediletto. Ancora una carneficina, come quelle già da lui raccontate, questa volta in quell’assurdità che era la guerra di trincea dove, per citare Orizzonti di gloria, «gli attacchi coronati da successo si misuravano a centinaia di metri, e si pagavano a migliaia di vite umane». E dove, sempre analogamente al film di Kubrick, ai soldati in trincea viene ordinato di sparare agli eventuali commilitoni in ritirata. War Horse diventa un “salvate il cavallo Joey” in cui spicca la figura di un soldato tedesco buono che cerca di salvare i cavalli dall’abbattimento: lo Schindler equestre.

2) Il puledro probabilmente. War Horse  sembra la versione spettacolare e buonista di Au hasard Balthazar. Naturalmente il regista americano non poteva accontentarsi di un ciuco sfigato, optando per un possente purosangue. Come nel capolavoro di Bresson l’equino protagonista è soggetto a continui passaggi di proprietà, in cui non assume su di sé i mali del mondo, non evidenzia la mediocrità nei suoi padroni ma, al contrario ne fa emergere quella bontà spielberghiana che non può che trionfare.

Ovvio quindi l’happy end patetico, nel tripudio di uno stucchevolissimo tramonto. Un finale impossibile ma, tutto sommato, l’ennesima fiaba spielberghiana.

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