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Immigrant song: C’ERA UNA VOLTA A NEW YORK di James Gray

c'era una volta a new york (2) 

REGIA: James Gray
SCENEGGIATURA:  James Gray, Ric Menello
CAST: Marion Cotillard, Joaquin Phoenix, Jeremy Renner
NAZIONALITÀ: USA
ANNO: 2013
TITOLO ORIGINALE: The Immigrant 

“money, it’s a crime
share it fairly,but don’t take a slice of my pie
money, so they say
is the root of all evil today”

Money, Pink Floyd

Melò e Drama. Da un lato l’ambigua contraddizione fra il desiderio di realtà e la realtà del desiderio, dall’altro una complessità che dalla radice storico formale si fa cronologicamente verticale, transgenerica e quindi inclassificabile.

Tra i meriti principali dell’opera quinta di James Gray, vale particolare menzione l’incontro che consente la materializzazione formale di due tra i generi cinematografici maggiormente ambigui e concentrici, gli stessi che in The Immigrant divengono ben presto monumentale tutt’uno.

Il cinema familiare, sull’orlo del fallimento nervoso e morale, quindi alla perenne ricerca di redenzione, riscatto e catarsi, riconducibile alla poetica propria dell’autore del Queens, si arricchisce di un altro, inestimabile tassello; il quale contribuisce a consolidare il posto del Gray cineasta lì dove dimorano i nuovi, grandi, classici americani. James Gray, erede di Scorsese e Schrader. Al cospetto di C’era una volta a New York non c’è ultimo Paul Thomas Anderson che tenga, questa è la vera, sentita, appassionata e addolorata lettera d’amore indirizzata alla propria terra, scritta con il sangue rappreso di chi è morto, sfruttato, per renderla tale.

America 1920, New York. L’eldorado dei disperati vecchio-europei affoga la repressione proibizionista tra corruzione, bordelli mascherati da teatri di avanspettacolo, papponi e esistenze condotte rigorosamente alla giornata. Bruno Weiss, malefico profilo dall’aura singeriana, rovina e corrompe l’esistenza della giovane Ewa Cybulski. Gray opta per un taglio registico pesante come il cielo d’inverno, tra le inquadrature del quale la macchina da presa -eccezion fatta per qualche isolato dolly- resta come imprigionata, segregata negli interni dei luoghi chiave (centri accoglienza, stanze ammobiliate, cabaret, cattedrali, tunnel), appartenenti ad una messa in scena claustrofobica che ostenta colori prossimi alla carta ingiallita; nel mentre The Immigrant mulina sul precipizio dei sentimenti non corrisposti, facendosi ingannevole come i confini dei generi che frequenta, giocando con le emozioni dei suoi interpreti fino a capovolgerne percezione e giudizio morale.

James Gray tratteggia una realtà che non ammette vie di fuga, arrangiando una ballata funerea su accordi bassi, tetri, suonati da quel Joaquin Phoenix oggi più che mai icona del suo cinema, che da The Yards giunge a C’era una volta a New York passando per I padroni della notte e Two Lovers, con quest’ultima pellicola a palesarsi come immediato precedente di un nuovo triangolo (an)affettivo: al centro del quale viene collocato l’ennesimo inetto, incapace di conquistare la donna che ritiene, illudendosi, essere giusta per lui.  

In The Immigrant non vi è spazio per i sogni, figuriamoci per la magia introdotta da Jeremy Renner: illusionista dall’aspetto nolaniano che al desiderio inteso come possesso ostentato dal diabolico cugino, contrappone l’aiuto sincero e la speranza di chi conserva la scintilla dell’eterno fanciullo. Tra i due contendenti l’evoluzione costante, magistrale, sottopelle e tra le righe di una scrittura sopraffina, affidata al personaggio interpretato da Marion Cotillard: angelo che dolorosamente si adatta al fango che l’ha sporcata, Elena di Troia dalle origini polacche trapiantata nella downtown newyorkese; vittima che progressivamente si trasforma in inconscia sfruttatrice del malato sentimento altrui.

All’indomani della tempesta la calma non rivela altro che macerie di quelli che una volta sembravano voler assomigliare ad esseri umani. Divenuti ora -e senza accorgersene- lacrime, sangue e denaro: cemento del sogno americano che verrà.

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