OBLIVION di Joseph Kosinski

REGIA: Joseph Kosinski
SCENEGGIATURA: Joseph Kosinski, William Monahan, Karl Gajdusek, Michael Arndt
CAST: Tom Cruise, Morgan Freeman, Olga Kurylenko, Andrea Riseborough
NAZIONALITÀ: USA
ANNO: 2013
USCITA: 11 aprile 2013

INIZIO E FINE

Se si osservano delle statue, o alcune reliquie o degli antichi monumenti, testimonianze di società remote, non si può fare a meno di pensare che un giorno anche la civiltà odierna, in tutta la sua architettura, farà parte del “Passato” o meglio, della Storia. Ogni impero, ogni regno ha avuto un inizio e una fine, è un dato storico, lineare e logico, inevitabile e fatale al tempo stesso.  Quelle rovine che rappresentano il passato, sarebbero dei documenti importantissimi per definire un popolo, l’epoca e i luoghi in cui viveva. In parole povere sarebbero delle testimonianze della memoria. La memoria, che se cancellata porta via con sé tutti gli elementi di cui sopra: rovine, documenti, testimoni, scritti, opere, persone, storie… Se un ipotetico popolo alieno volesse conquistare la Terra, una delle prime mosse da fare (come se la guerra fosse una partita giocata sulla scacchiera), dopo aver distrutto la nostra Luna e aver causato così tsunami, inondazioni e altre calamità naturali sul nostro pianeta, sarebbe cancellare la nostra memoria. Dopodiché sarebbe tutto più facile: nessuno ricorderebbe di come il pianeta sia stato distrutto ed ecco che la prima voce in capitolo, quella degli invasori ora visti con occhio nuovo e benevolo, sarebbe data per buona.

E’ questo il primo assunto di Oblivion, il film di Joseph Kosinski che è nato nel lontano 2010, quando il regista ha presentato degli storyboard al Comic-Con di San Diego e Tom Cruise si è interessato al progetto. Kosinski è un architetto (insegna alla Columbia University), e porta con sé la tipica minuzia e il perfezionismo di un architetto: scenari spettacolari ma puliti e senza esagerazioni barocche, trovate visive eccellenti, CGI presente ma non eccessiva, ambientazione sempre solare per evitare l’atmosfera troppo dark della sci-fi degli ultimi anni. Costumi, armi e attrezzature, velivoli concepiti e realizzati al dettaglio (per il regista di Tron: Legacy se un oggetto è costruito per il film deve essere anche funzionante). Vi si trovano addirittura dei riferimenti visivi a classici come 2001: Odissea nello Spazio o Star Wars quando ci sono mostrati interni totalmente bianchi, pallidi. I costumi dei personaggi, bianchi e smorti anch’essi. A questo talento visionario si aggiunge una predisposizione per le storie di fantascienza che affonda le sue radici in film classici del genere come Blade Runner o nei B-Movies come L’ultimo uomo sulla terra (o il più recente remake Io sono Leggenda) da cui si riprende direttamente il tema dell’uomo rimasto solo a vagare sul pianeta ormai desolato.

Alla ricetta va aggiunto l’ingrediente Wall-E o l’ingrediente Moon (vedetela come volete): il protagonista non è soltanto un soggetto solitario (sulla luna o sulla Terra) ma è anche l’unico operaio specializzato a lavorarci dopo la catastrofe ambientale con lo scopo di estrarre dal pianeta le ultime risorse vitali, in un ultimo disperato tentativo basato sull’ecologia per salvare il salvabile. E in questo ruolo Tom Cruise un po’ sgomita: nonostante partecipi attivamente alla fase produttiva e d’ideazione del progetto, il suo personaggio è nient’altro che l’ennesima proiezione della personalità di Cruise sul grande schermo. Jack Reacher, Ethan Hunt, questo nuovo Jack Harper a otto anni di distanza dal Ray Ferrier de La Guerra dei Mondi di Spielberg, sono nient’altro che una schiera di personaggi caratterialmente sagomati sul “manichino Cruise”. Il protagonista si prende un po’ troppo sul serio e ci affezioniamo a lui non più di quanto basti per tenerci sulla poltrona: non c’è pathos, profondità, sorpresa o il minimo umorismo nel faccione di Cruise…

D’altro canto l’intera componente narrativa sembra essere sbilanciata verso lo stereotipo piuttosto che verso l’originalità: è vero che il soggetto è completamente frutto del lavoro di Kosinski, ma l’ispirazione da qualche parte deve essere pur presa. La coerenza narrativa e i colpi di scena così non arrivano a compensare l’aspetto visuale. Non ci aspettavamo una fantascienza alla “2001”, per carità: quel tipo di film fantascientifico che offriva riflessione morale e filosofica è lontano da Oblivion, ma neanche un calderone d’idee sfacciatamente tratte dalla storia della fantascienza precedente. Le similitudini con The Matrix o il sopra citato Moon sono fin troppe per rendere il film veramente apprezzabile. Sufficientemente valido sì, ma non rilevante. Tron: Legacy ci è sembrato un capolavoro quasi all’avanguardia nel genere, come se un nuovo regista di talento avesse sfornato un’opera degna di questa tradizione (ab)usata da Hollywood che continuiamo a chiamare fantascienza; una riflessione acuta sulla tecnologia odierna, il suo utilizzo accorto e il suo sviluppo, interamente proiettato verso il futuro. Che le atmosfere del precedente film di Kosinski fossero più dark non ci pesa più di tanto: il film sembrava veramente l’evoluzione digitale del mondo creato da Steven Lisberger nel lontano 1982. Un mondo in cui si entrava dai videogiochi, che esplorava ogni tipo di potenziale del digitale nascente e ci portava in un futuro roseo, per i videogiochi, per l’informatica, per il cinema. Per tutto quello che ha rappresentato il computer fino ad oggi. I due film sono differenti, lo sappiamo. Ma qui il futuro non è roseo, è di un bianco pallido. E ha il viso dell’ennesimo Tom Cruise

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