LA PARTE DEGLI ANGELI (THE ANGELS’ SHARE) di Ken Loach

REGIA: Ken Loach
SCENEGGIATURA: Paul Laverty
CAST: Paul Brannigan, John Henshaw, Gary Maitland, Jasmin Riggins, William Ruane
NAZIONALITÀ : UK, Francia, Belgio, Italia
ANNO: 2012
USCITA: 13 Dicembre 2012
TITOLO ORIGINALE: The Angels’ Share

ANCHE GLI ANGELI BEVONO WHISKY

The Angels’ Share, per gli scozzesi, è la quantità annua (il 2%) di alcool che evapora nell’aria all’apertura delle botti di whisky, andando quindi perduta, e diventando poeticamente “la razione degli angeli” (ancora una volta, la titolazione italiana ha fallito l’obbiettivo di risultare efficace). Una neonata passione per la degustazione del liquore biondo e la scoperta di possedere un olfatto non comune sono le armi del riscatto sociale di Robbie (ottima prova di Paul Brannigan, che gli è valsa una nomination ai Bafta Awards), tematica che è leit-motif di molto cinema britannico degli ultimi anni (dallo strip tease di Full Monty alla danza classica di Billy Elliott): il coltivare un proprio talento, reinventarsi per cambiare vita ed uscire da situazioni opprimenti. Una classica trama favolistica, dunque, che è ormai diventata cliché troppo abusato, anche nelle mani esperte di Ken Loach.

È un retrogusto non piacevole, per rimanere in metafora alcoolica, quello che resta in bocca alla fine della visione di questa pellicola già presentata a Cannes, e depennata all’ultimo minuto dal Torino Film Festival a causa del (più che condivisibile e assolutamente coerente) rifiuto del Premio alla Carriera da parte del regista, per solidarietà con i lavoratori del Museo del Cinema: ci si trova di fronte ad una commedia a sfondo sociale, ben realizzata e recitata, fatta “per divertire e far pensare”, ma da Loach è lecito aspettarsi molto di più, se si ripensa a titoli come Ladybird, Ladybird, che erano veri e propri pugni nei pasciuti stomaci degli spettatori. Già da un po’ di tempo a questa parte il grande regista britannico aveva smesso di azzannare come in passato, realizzando alcune opere appannate e deludenti; ma come sempre avviene durante il declino dei Maestri, non ci si rassegna, e si attende l’opera che dia di nuovo l’impennata, che torni a colpire nel profondo e a far esclamare “ecco, è tornato”. The Angels’ Share, co-produzione in cui figura anche il nostro Paese, non riesce ad affondare il colpo, restando ad un livello superficiale, con qualche ottimo e graffiante momento, ma nulla di più.

Si narra la storia di Robbie, giovane che porta sulle spalle una vita fatta di precedenti penali dalla quale cerca una via di fuga, ora che ha una compagna, Leonie (Siobhan Reilly) ed è diventato padre. Il passato lo perseguita, gli errori che ha commesso sembrano non volerlo abbandonare, e la famiglia della ragazza lo rifiuta, intimandogli in continuazione (e non con le buone maniere) di stare lontano sia da lei che dal bambino. Condannato ai lavori socialmente utili per aver pestato a sangue un ragazzo, viene affidato, insieme ad altri colpevoli di reati minori, alla supervisione di Harry (un intenso John Henshaw in un ruolo ricorrente nel cinema di Loach): l’uomo prende a cuore il ragazzo, e lo inizia alla passione per la degustazione del whisky, che si rivelerà contagiosa anche per il resto del gruppo. La figura di di Harry è una delle più riuscite, ma non riesce a slegarsi dall’aria di risaputo che impregna l’intero film: l’atteggiamento protettivo e bonario verso Robbie, dettato da una solitudine che non vuole si impossessi anche del giovane, è schema troppo rigido e scontato e non dona sufficiente profondità alla delineazione del ruolo. 

Alcuni personaggi sono eccessivamente macchiettistici (Albert, il ragazzo non troppo sveglio, su tutti), e si pecca di eccessivo buonismo. Le zampate di critica sociale restano, ma sono ormai troppo stereotipate per convincere e non lasciano una traccia profonda; si sorride, ma non si può fare a meno di pensare che ciò che si sta guardando è un’ombra pallida delle grandi opere di Loach. Delude anche Paul Laverty, suo fedele sceneggiatore, che ha imbastito un narrato scialbo e privo di mordente, destinato a scorrere via in un batter d’occhio.

Di buono, rimane l’azzeccatissima sequenza iniziale, che vede Albert ubriaco sulle rotaie del treno prima dell’arresto, e la trascinante I’m Gonna Be (500 miles) dei Proclaimers. La regia è come sempre impeccabile e la fotografia nitida e realistica di Robbie Ryan è un piacere per gli occhi ma sfortunatamente non sono sufficienti a salvare il tutto.  

Un film, purtroppo, non riuscito, riscattato, nella realtà, dal gesto forte e significativo che Loach ha compiuto in occasione del Festival torinese: segno che è ancora capace di graffiare, se solo lo volesse.

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