VENEZIA 2012 – Noi non siamo qui(?)

Delle Venezia Mulleriana del rifinirsi (sminuzzati) in avventi, riempiendosi gli occhi e, talvolta, la bocca, di opere altalenanti in attesa della goduriosa crocifissione davanti allo schermo del primo, del terzo, dell’ennesimo film atteso, rimane poco. Più che uno sprecare di pallottole, sembra di vagare per schermi sbiaditi. Le zone della mostra cambiano, ma si sedimentano identiche allo spirito confuso che si portano dietro. Così finte zone relax senza ombra allestite quarantotto ore fa sembrano immobili da decenni. P.H ha ragione quando parla del peggior film d’apertura degli ultimi (almeno) otto anni. Quel che poco di interessante che ha e aveva Mira Nair viene ingoiato dai doveri di una chiusa ermetica dettata dalla straspozione. L’undici settembre e il cinema non riescono ancora a coniugarsi: o meglio, l’undici settembre non riesce ancora ad essere uno strumento del Cinema, questo ancora evidentemente imbarazzato e non libero di poter dire «Non lo so», di essere essenziale, di dedicarsi. Avvenimento, romanzo, film. Globale titubanza. Un’apertura lenta come un bancale spinto a fatica.

Intanto i bar e i supermercati costano sempre troppo e nulla cambia, nothin’ ever changes: un blu prende il posto del rosso, color viagra, color salma di facebook. La programmazione ci slega, quando invece dovremmo essere schiavi di ritmi disumani. Ecco, il ritmo delle proiezioni è vivibile, il che, masochisticamente, rende il tutto misero e senza mistero (quello del dover scegliere tra due film di cui non si sa nulla e che non si vedranno mani più).

Tai chi O di Stephen Fung ci porta in un limbo tra FEFF e aloni cosmogonici mulleriani.

Gli equilibristi di Ivano De Matteo è l’usuale jolly con Valerio Mastrandrea (come fosse sei o sette gocce di ansiolitico), insignificante quanto angosciante (come sempre, almeno un po’, almeno per novanta minuti, la rovina possibile (possibilissima) narrata di un uomo può essere).

In concorso Izmena (Betrayal) di Kirill Serebrennikov cade, come cadono nel vuoto i suoi amanti antagonisti: nudi e quasi senza voce, immagine zitta. Buco nell’acqua. Mancano i passi nel delirio. Dove vuoi camminare se non cammini nel delirio?

Pur sempre sopra Superstar di Xavier Giannoli, che – ci dicono (perché il medico ci ha vietato di vederlo) – somiglierebbe molto all’episodio con Benigni in To Rome with love. Kad Merad e la medietà. Narrare di caso, di schifo nei confronti di certa fama, dell’amaro muoversi nello spettacolo. Non serviva certo twitter (e i video girati col telefonino) per sapere che nello spettacolo (od ovunque) c’è sempre un cosa-cazzo-è-successo-? a dominare gli avvenimenti; tantomeno se quel cosa-cazzo-è-successo-? non viene indagato né fagocitato dalla messa in scena, ma solo piazzato lì.

Poco tempo, anche se non abbiamo lettere d’amore a computer da scrivere quest’anno. Ma la Mostra sembra non sapere ancora di essere la Mostra.

We need drama, mon amour, we need drama.

E non ce l’hanno ancora dato.

E in Michael Mann we don’t trust.

Meglio gli squali di Bait 3D, per oggi.

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