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Farewell Sense(i) of Wonder: SI ALZA IL VENTO di Hayao Miyazaki

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REGIA: Hayao Miyazaki
SCENEGIATURA: Hayao Miyazaki
NAZIONALITÀ: Giappone
ANNO: 2013

Da Venezia 70, 2 settembre 2013

Si alza il vento, aka l’abulia di Miyazaki. Ce lo immaginiamo indolente sul suo trono di incrollabile incantamento, ormai consumato, sepolto dalla senilità o sedotto dalla pigrizia. Perché Si alza il vento è sì il testamento, l’opera terminale di una gloriosa carriera, ma è anche (e questo involontariamente) l’accomiatarsi del sensei all’inesausta ricerca del meraviglioso: l’andatura flemmatica del racconto che nei suoi lavori aveva sempre richiesto concentrazione, come in una seduta di yoga meditativa lynchana, è diventata acquiescenza che si trattiene in una pace asfittica, in una masturbazione senza sbocchi. Si alza il vento è pura sottomissione alla decadenza del proprio immaginario, automatismo letale, fatto di ampollosità sfiancante e romanticismo impalpabile: e ci si chiede come possa diventare impiegatizio un lavoro demiurgico come quello del cantastorie, sporco di colori caldi e inchiostro e parole d’acqua, come possa accasciarsi in una ripetizione improduttiva la mitopoiesi bidimensionale che spaccava gli sche(r)mi pervadendoci di fanciullesco ignoto mistero. Eppure, con questi aereoplanini di cartone, con questi personaggi di plastica statica e inerziale, con questa logorroica, verbosissima sceneggiatura, con questa storia d’amore che per la prima volta sbava nello stucchevole, insomma con tutto ciò che è Si alza il vento, lassù nel cielo non si respira, e di certo non si vola.

E dire che non chiederemmo altro che trasformarci in Icaro, tuffarci nel fuoco solare della visione e crollare giù a terra lungo i titoli di coda mentre le nostre finte ali si dissolvono: almeno avremmo toccato di nuovo la luce. Ma la fu bellezza incandescente di Mononoke, di Howl, di Chihiro, si è liquefatta nella letargia: stavolta Hayao spicca il volo all’inverso, giù per un burrone. E se «Guarda sorella, siamo diventate il vento» strillava la bimba di Totoro portata a passeggio tra i cieli dal gattone kawai a mille zampe, qui il protagonista Jiro non solo non diventa il vento né il respiro della storia, ma non ce ne fa sentire nemmeno un soffio sulla pelle.

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