coffee & tv

UN ANNO (O GIÙ DI LÌ) VISSUTO SERIALMENTE – 1° PARTE

stagionetv (3)

Quella che segue non vuole essere una classifica delle migliori serie, quanto piuttosto una panoramica sullo stato delle cose televisive. Ciò detto non mancheremo di sbilanciarci e iniziamo subito: le due migliori novità della scena americana sono insindacabilmente The Americans e Rectify.
La prima è andata in onda su FX e racconta di una coppia di spie del KBG infiltrate già da anni nella società americana, al punto da avere messo su la tipica famigliola da torta di mele. La serie è ideata e scritta da Joe Weisberg, che ha lavorato per la CIA e conosce perfettamente la materia, aggiungendo un quid di realismo insolito per un dramma spionistico televisivo, come non se ne vedevano dai tempi di Rubicon e ben lontano dagli eccessi della seconda annata di Homeland. L’ambientazione reaganiana e soprattutto la prospettiva filosovietica dei protagonisti è immediatamente spiazzante, ma la serie ha anche il raro pregio di svilupparsi coerentemente nel corso della stagione e di inanellare colpi di scena sensati ma non per questo meno potenti. Davvero una grande partenza, persino migliore di quella di Rectify, prima serie originale del Sundance Channel.
Ideata e scritta da Ray McKinnon, caratterista americano che si ricorda soprattutto per il ruolo del prete epilettico nella prima stagione di Deadwood, Rectify ha per protagonista un condannato al braccio della morte che, dopo qualcosa come diciannove anni, viene rimesso in libertà da un nuovo test del DNA. C’è chi lo vuole comunque morto e chi invece vuole credere in lui ma, al di là della sua colpevolezza o innocenza, a risultare ammaliante è il totale straniamento che gli hanno causato quei quasi due decenni di asettica prigionia. Se qua e là appaiono stilemi prevedibilmente “da Sundance” un po’ autoindulgenti, non mancano nemmeno i momenti sorprendenti, soprattutto nel quinto e allucinato episodio. La prima stagione è stata però divisa in sole sei parti e non è detto che il ritmo peculiare e contemplativo regga a una seconda e più lunga annata. A ogni modo un tentativo originale e coraggioso, decisamente da difendere.

stagionetv (1)

Se per il resto la scena americana è stata povera di novità di rilievo, soprattutto sul fronte HBO, non sono però mancate le conferme, per esempio con la seconda stagione dell’anomala comedy Girls di Lena Dunham, quest’anno meno corale e con diversi episodi quasi autonomi molto diversi tra loro, a sottolineare che la volontà di ricerca è rimasta immutata.
Rimanendo a HBO, la terza annata di Treme è stata al solito tanto dolorosamente vera quanto drammaticamente sottovalutata dalla critica americana. E non si venga a dire che si tratta di una serie lenta o noiosa, c’è il ritmo del jazz e ci sono i poliziotti di New Orleans che fanno molta più paura degli zombie di Walking Dead, dei demoni di American Horror Story e dei mostri di Hemlock Grove messi insieme. Rimangono poi su un buon livello Boardwalk Empire (ma la seconda annata rimane fin qui la migliore) e Il trono di spade (dove però il moltiplicarsi dei personaggi sta rendendo la narrazione frammentata e vagamente frustrante).
A volte le conferme non bastano, come nel caso di Boss: la serie prodotta da Gus Van Sant è stata cancellata dopo un’ottima seconda stagione, forse anche migliore della prima perché più articolata nel mettere in crisi i propri protagonisti, a partire dall’apparentemente invincibile sindaco di Chicago al centro della serie. Questa chiusura, dopo quella di Luck, potrebbe essere stata la pietra tombale su una serialità lunga e d’autore ma dai costi consistenti. Per una cancellazione, però, c’è spesso un rinnovo sorprendente, e pochi lo sono stati più di quello di The Killing. Non si tratta nemmeno di una conferma di qualità, visti i limiti della prime due stagioni, quanto piuttosto di una raggiunta maturità con la terza annata, anche grazie a un notevole episodio di mezzo diretto da Jonathan Demme.
Restando alla meritoria basic cable AMC, Mad Men regala una delle proprie annate migliori, con diversi episodi memorabili e un lavoro sempre più profondo sul personaggio di Don Draper, che arriva qui a perdere la propria stoica facciata. La serie è attualmente la migliore della Tv Usa e basta un qualunque episodio di 40 minuti per raccontare, meglio, tutta quell’angosciante vacuità della vita moderna che è spesso solo enunciata in La Grande Bellezza.
Sempre sulla stessa rete si consumano le ultime ore di Breaking Bad, con tempi del racconto stravolti rispetto alle stagioni precedenti e alcune situazioni non del tutto convincenti. La sensazione è che dividere l’ultima annata in due tranche da otto episodi non abbia giovato, ma le puntate dell’ultimo blocco (mentre scriviamo, però, ne sono andate in onda solo due) sembrano tenere fede alle attese e promettono un finale di serie memorabile.

FINE 1° PARTE (CONTINUA)

Condividi

Articoli correlati

Tag