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CLIMAX di Gaspar Noé: Tre passi (falsi) nel delirio

climax

Regia: Gaspar Noé
Sceneggiatura: Gaspar Noé
Cast: Sofia Boutella, Romain Guillermic, Souheila Yacoub 
Anno: 2018
Produzione: Francia

Quello della filmografia di Noé è un graduale rarefarsi, un percorso che sembra dettato più da una in-coscienza progressiva/regressiva che da una progettuale ricerca costruttiva, in cui la cifra stilistica spinge, rade, ingombra, sgombra fino a sconfinare, parassitando il concetto, esasperando un’idea ma non un ideale, concentrato sulla performance, assottigliando tutti gli altri fattori (indulgenza, patema, empatia: il sentimento in toto, probabilmente). In Climax – titolo calzante, per quanto segno inequivocabile di spocchia – è più di ogni altra volta la ghettizzazione del materiale (fisico e mentale) umano a fare le spese di questa magnificenza aggressiva quanto esile, virtuosa quanto elementare.

Il voler tendere all’annientamento del plot è cosa sempre ben accetta, ma ciò che Climax propone (in due parole: ballerini strafatti) è una coreografia farlocca, di cartapesta, artatamente naif: non disonesta, ma immobile, perché la volontà c’è tutta, avvolgente e lucida, ma sterile e soffocante quanto un cellophane. Ciò accade perché l’idea di scon(i)nvolgimento perpetrata da Noé non ci dà corpi né sensazioni, al massimo li fotografa e li usa come ciondoli da farci dondolare davanti alla ricerca di una ipnosi già disinfettata alla base, in cui la stessa immagine è la barriera che non possiamo attraversare, la teca di vetro infrangibile. Se Seul contre tous proponeva una carnalità sfiorata (sfiorita) ed asfittica e Irréversible poteva ancora trascinarci con i suoi meccanismi para-drammatici, Climax è la stessa batteria esausta di Enter the Void, cioè quella di un aere dello sguardo esaltato in quanto sguardo, in quanto bellezza propria non della fascinazione del porsi davanti all’oggetto osservato (e delle conseguenze derivanti) ma della propria, sentitissima, bravura nel guardare.

Un guardare né analitico né di milza, non un virtuosismo innamorato del mezzo, ma un’autocelebrazione monologica, perché Noé si propone a noi in quanto “sconvolgente” (quando invece è il più ordinato di tutti), “turbolento” (ma i suoi piani sono studiatissimi) e “fuori di testa” (mentre invece il suo approccio è ordinato ed imbellettato quasi quanto lo sono, per dovere, gli spot) come in una tautologia blindatissima.

Climax è un film chiuso, dalla macchina da presa ingombrante e monolitica, fintamente eccentrica: il suo volteggiare fino a capovolgersi è in realtà il più austero degli approcci, . I suoi personaggi in preda ai più svariati deliri sono chincaglieria spacciata per reperti, coreografie spacciate per traumi, soggiogati da una regia irremovibile, quasi militaresca, in cui il fattore umano è annientato, in cui ogni turbolenza è in realtà il frutto di una scalettatura evidente, da cui non possiamo che imparare che programmaticità e shock non possono convivere.

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