leone d'argento venezia 70

MISS VIOLENCE di Alexandros Avranas – Leone d’argento Venezia 2013

miss violence venezia 2013 (3)

REGIA: Alexander Avranas             
SCENEGGIATURA: Alexandros Avranas, Kostas Peroulis
CAST: Themis Panou, Rena Pittaki, Eleni Roussinou, Sissy Toumasi
NAZIONALITÀ: Grecia
ANNO: 2013

PERVERSIONE (OGNI VOLTA) PRIMA VOLTA

Giocoforza, il miglior film di Venezia 70: nell’ammasso compatto di opere cestinabili in semplici approved/disapproved (Les Terrasses di Merzak Allouache, Joe di David Gordon Green) e delusioni subite dai veri decani (Hayao Miyazaki, Trry Gilliam), Miss Violence è forse l’unico a dare (e di certo, quello a darne di più) verbo ad una mezza discussione, al fraintendimento, al sentirsi smarriti ed insicuri di fronte a ciò che s’è appena visto, unico FILM tout court in concorso insieme a Tom à la ferme di Xavier Dolan e Under the skin di Jonathan Glazer.

Un padre senza nome, un suicidio che sembra il punto di partenza di una nube d’avvenimenti tossici, rappresi di cancrena sociale. Ma Alexandros Avranas è subdolo réalisateur, capace di sovvertire le basi da sempre (per loro stessa natura) simili a loro stesse del cinema di sottrazione: parte da una concezione visiva minimalista, dapprima fedele descrittore, lasciando spazio all’autogenerarsi drammatico dato dal riprendere senza addobbi la miseria e la povertà, per poi ribaltarla, cadenzando di virtuosismo la violenza (necessaria, improvvisa, nascosta), avanzando per strofe e ritornelli nella sua vicenda. L’esasperazione delle vedute hanekiane (tanto quelle di violenza che quelle d’amore) risultano più obsolete e facilone di quanto già non siano, paragonate alla tortura registica data da Avranas, che gioca di exploitation nell’exploitation: prende la fedeltà spettatoriale ad avviati meccanismi narrativi (mitiganti e calmi) e vi innesta il voyeurismo più spinto.
Dove l’austriaco lasciava che lo sgorgare del malsano si sovraimprimesse alle immagini già presenti, il greco pone dei punti-zero dove la regia si ribalta, il realismo sciapo viene annullato, ed il dolore estetizzato, caricato, cinematograficamente addolcito, alleggerito nel dare gusto visivo alla violenza. Basterebbe la prima scena: la realtà annoiata (e zuppa di semi-denuncia) viene spezzata da un tuffo dalla finestra a ridosso della macchina da presa e da una plongée sporca di sangue dove scorrono i titoli. La scena di una bambina costretta a schiaffeggiare un bambino viene avvolta da un trecentosessanta. E così via.

Avranas non accompagna lo spettatore, tantomeno lo lascia libero: lo spinge da una parte e lo abbandona improvvisamente, lasciandolo smarrito rispetto alle sensazioni portate con sé fino a quel momento. Dà il tempo di osservare le calzature che indossano o non indossano i personaggi, i loro piccoli gesti di simulazione del naturale, i visi, la tristezza e l’imbarazzo, per poi annullare qualsiasi distanza, scaraventando gli occhi nel mattatoio più goliardico possibile (per non finire nel pastiche). Capitolo dopo capitolo. Ma non basterebbe questo roteare a fare di Miss Violence la tortura che è.

Il gioco delle tre carte e di colpi scorretti di Avranas parte prima, costruendo lo script come una trappola, come se fosse un giallo della moralità privo di investigatore sia diegetico che formale. Come in una detective story malmessa, in cui il mistero è dato solamente dalla volontaria omissione-emissione di elementi chiave, Miss Violence tace, tace prepotente sull’unico mistero (e midollo) del film, tanto da farlo apparire come un abbaglio iniziale, come se Twin Peaks non fosse basato sul Chi ha ucciso Laura Palmer?, come se il suicidio di un’undicenne sia solo un sintomo di un malessere più diffuso e soffuso: Miss Violence frattale, di scena in scena, ed in tutta la sua architettura: come se il male sovrasti (un uomo, sua moglie, le figlie, i nipoti e tutta la loro allegoria), quando invece è lì, in un unico punto marcio, deteriore, malato.
Quella che sembra l’ennesima riflessione è invece semplicemente l’ultima (cronologicamente) storia di violenza, quella che sembra una summa è un racconto a sé stante e in un unico volume, e ciò che sembra sociale è puramente cinema, avvolto di perversione, costretto a giocare sporco per mostrarsi e rivalutarsi, a tendere la mano allo spettatore blasonato per poi tagliargli per il largo il palmo, perché Miss Violence ha tutto nel titolo: un film di violenza e sulla violenza, girato in modo violento per essere violento, fino ad apparire disonesto.

Ed è meglio un cinema di espedienti che un cinema inesistente.

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