MELANCHOLIA di Lars Von Trier

REGIA: Lars Von Trier
SCENEGGIATURA: Lars Von Trier
CAST: Kirsten Dunst, Charlotte Gainbourg, Keifer Sutherland, Alexander Skarsgard, Stellan Skarsgard, John Hurt, Charlotte Rampling
NAZIONALITA’: Danimarca, Germania, Francia, Svezia
ANNO: 2011
USCITA: 21 ottobre 2011
Cannes 2011 – Premio per la miglior interpretazione femminile a Kirsten dunst.

DISPERAZIONE NERA

Nell’anno in cui The Tree of Life viene alzato a vessillo del Nuovo Cinema, e in altre parole del film che potrebbe uccidere il Cinema, l’avvenimento più cinematograficamente bizzarro da segnare sul calendario – oltre alla solita schizofrenia allampanata di una critica che non ha nulla da invidiare a certe tendenze di gruppo dei soggetti fanboy – è la comparsa di un altro film che prende le mosse da una rappresentazione integrata di un micro-macrocosmo e delle loro connessioni sottili e resistenti come fili di ragnatela invisibile: Melancholiadel solito, formalmente impresentabile, Lars (vonTrier. Come in un rinnovato dualismo Meucci-BellMalick si porta a casa la posta delle lodi e all’insopportabile danese rimangono le briciole, il disprezzo, la disperazione; ma forse quest’ultima ce l’aveva in tasca già da prima,Von Trier, e non è che con Melacholia si sia fatto scrupolo di metterla in piazza.

A un prologo di cosmogonica telluricità che ricalca lo stupendo patinato Breil-Be Beers-Dolce & Gabbana perfumes segue il dispiegarsi di un campionario di tendenze psicosuicide a base di saturinismo e umor nero in cui il dramma dei rapporti famigliar-social-personali si transustanzia in un’agonia emotiva e psichica di cui la vittima non è una persona, non è un regista, non è una famiglia, non è una nazione, non è una specie, ma è un pianeta: un pianeta malvagio, brutto, solitario, infame. Il Pianeta Terra, ucciso meritatamente dal pacioso pianeta blu che ha un nome, affibbiatogli da quella razza di parassiti bastardi che sono gli umani, che si scrive Melanconia, si legge depressione, si intuisce disperazione, si scrive male di vivere.

E, per una volta tanto, sapete che c’è: che il Male di Vivere, manco fosse l’eroe contratto e innalzato dei libri di Propp, alla fine vince.

Prima di questa vittoria ci tocca assistere inermi a una violenza di immagini stupende, a una tortura di ritratti psicanalitici e metafore di platonismo latente – con quel cavallo nero che si impunta e non risponde al suo auriga come da istruzioni del Fedro (non quello del Grande Fratello, no), a uno stupro di (ir)ragionevoli confronti maschile-femminile, ci tocca partecipare col vestito della festa alla dissoluzione del senso del vincolo sociale, in un reboot dogmatico-vinterberghiano senza Amore, senza Madre, senza Padre, ma col decolleté di Bustine-Kirsten Dunst che offre appigli lubrici e fa sfuggire il pensiero a rintanarsi a cuccia, poi ci tocca partecipare alla nevrosi personale dell’unica famiglia sulla Terra chiusa in una villa con parco e campo da golf a diciotto buche, in ritiro spirituale nell’attesa che il pianeta blu transiti amichevole davanti ai loro occhi di spettatori un po’ ansiosi e nervosi come i muscoli del collo di Claire-Charlotte Gainsbourg ma anche no, e infin (per chi ci arriva senza pulsioni suicide) si giunge al groppo in gola forzato da un finale da manuale della ciliegina (blu) sulla torta (Gea).

Poi, succede che si esce dal cinema e qualcuno ti chiede: allora, capolavoro questo Melancholia?
E voi, sollevati per un momento al fango delle due ore precedenti scandite con gli occhi spiritati e annuendo fermi e quasi impercettibili col capo: sì.

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