THE WEIGHT di Jeon Kyu-hwan – GdA VENEZIA 2012

REGIA: Jeon Kyu-hwan
SCENEGGIATURA: Jeon Kyu-hwan
CAST: Jo Jae-hyeon, Ahn Ji-hye, Park Ji-ah, Lee Joon-hyeok-I, Oh Seong-tae
ANNO: 2012
NAZIONALITÀ: Corea del Sud 

VENEZIA(SUD)COREANA

Se un cinema come quello di Kim Ki-duk rinverdisce le sue radici viscerali ed epidermiche, andando oltre le sterili e ambiziose astrazioni (o voli pindarici, se preferite) delle sue ultime apparizioni sugli schermi del mondo, e torna a casa dalla Mostra veneziana del 2012 con il dorato premio principale (complice anche l’aurea mediocritas della concorrenza, bisogna ammettere), è un altro il regista sudcoreano che alla fine dei dieci giorni di proiezioni veneziane esce dalle sale del Lido con la corona di (nuovo? rinnovato?) alfiere di quella poesia cinematografica che l’Estremo Oriente ha saputo regalare agli occhi dei cinefili (spesso illusi più che gratificati, invero) post-anni ’90: il suo nome è Jeon Kyu-hwan, e l’opera per cui si è meritato lodi e affetto si intitola The Weight, visto in concorso nella sezione laterale della Giornate degli Autori.
Seduto in una sala (più o meno) buia, lo spettatore/fruitore del cinema (in generale) si vede scorrere immagini che raccontano storie chiuse all’interno di un rettangolo bidimensionale che è lo schermo di proiezione (poco importa l’esplosione della stereoscopia, ché niente esce comunque da quel rettangolo, se non al massimo illusioni, ottiche e poetiche); il perimetro di quel rettangolo è il filo spinato che costringe i personaggi in una gabbia tematica, eppure concretissima, e quello che sta al di fuori del rettangolo è, appunto, fuori dalla vista e lontano anche dal cuore: invisibile, spesso ineffabile, a volte inesistente. Quello di The Weight è un cinema anche in sostanza (e non solo per definizione tecnica) fatto di gabbie, di recinti invalicabili. Dei suoi personaggi Jeon Kyu-hwan mette in chiaro sin dall’incipit una cosa fondamentale: il mondo in cui si muovono, in cui interagiscono, il loro ecosistema, è altro da quello che ci possiamo aspettare. Non è la Seoul dei lucidi palazzoni, dei ponti, delle luci al neon, del traffico per le strade, non è la megalopoli asiatica/asiatizzante, ma una periferia dell’urbanizzazione globale, un margine o un al di là del margine, una gabbia (appunto) di freaks, di mutilati nel corpo e nell’anima, di sogni assenti e di impulsi irresistibili, animaleschi e deludenti/delusi. Una gabbia di emarginati, uno zoo di personaggi che sono a loro volta gabbia per se stessi e per i propri sogni, le proprie contraddizioni, come nel parallelo di opposti di cui parlava già Platone: soma e sema, corpo e anima, contenitore e contenuto.
The Weght è allora, più che un racconto, una fiaba: non è il mostrare una realtà, non è il narrare una storia né il far vivere un personaggio la sua spina dorsale tematica/semantica, ma piuttosto una chirurgica carrellata di immagini che definiscono un loro luogo, un contesto, un ambiente in cui possono germogliare solo semi marci, bacati. E però questi semi, e il loro frutto, hanno comunque una dignità, una voglia di fuga che li accomuna con gli integrati e i normali che dal quadro di The Weight, dal rettangolo del suo cinema (appunto), stanno fuori: la dignità di un gobbo tubercolotico che, dal suo osservatorio posto dentro la camera mortuaria di un obitorio squallido, vede scorrere le vite di altri esseri umani rotti o incrinati, che si aggirano come personaggi smarriti di una grottesca fiaba (appunto) fatta di carne macerata, morte, arte, sogno, malattia e –forse – una piccola e fioca luce in fondo al tunnel, una luce che possa sollevarli da quella terra su cui sono schiacciati dal peso delle loro anime tormentate. L’Inferno è qui, amici, non dimentichiamolo; ma quello di Jeon non è un inferno reale, quello di Jeon è un inferno dipinto, un  monito a cercare ciò che inferno non è, in quello che sta intorno e fuori dalla vista, fuori da una delle viste possibili e contingenti che ci ritroviamo a guardare dal nostro piccolo angolo, dalla nostra gabbia di tutti i giorni, forse meno differente di quanto ci piace pensare da quella del protagonista di The Weight.
E se è vero che il cinema (e The Weight, nello specifico) racconta solo quel che c’è all’interno del rettangolo sullo schermo, allora è più che vero che chi ne scrive può arrivare fino a un certo punto a rendere vivo, con la parole, l’effetto delle immagini. Si ferma (frustrato, ma anche no) alla superficie. Si ferma qui, a questa frase, a questa resa che però è una resa dolce, consapevole, e promettente. 

Il passo successivo, necessario, è guardare; guardare The Weight.

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