visioni

NOCTURAMA di Bertrand Bonello 1/2: We are golden?

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REGIA: Bertrand Bonello
SCENEGGIATURA: Bertrand Bonello
CAST: Finnegan Oldfield, Vincent Rottiers, Hamza Meziani, Manal Issa
NAZIONALITÀ: Francia, Belgio, Germania
ANNO: 2016

Since I was born I started to decay.

Arrivano all’alba, come tutti i demoni. Scorrono attraverso le diramazioni urbane di Parigi come ombre oblunghe, facce anonime, un po’ tutte e un po’ nessuna. I sette di Nocturama, irrequieti e vigili, si sfiorano appena l’un l’altro mentre un cronometro incalzante e invisibile scandisce gli atti della loro performance. Non sono paria, non sono esponenti di un sottoproletariato rivoltoso, non sono extracomunitari armati fino ai denti e ideologicamente deviati come li si vorrebbe opportunisticamente inquadrare: sono sette ragazzi giovani e belli, sono francesi, sono istruiti, provengono da un milieu medio-borghese, e pianificano un triplice attacco terroristico ramificato nei punti caldi della capitale.

Non stupisce l’intensivo boicottaggio più o meno manifesto che il capolavoro definitivo di Bertrand Bonello ha subìto quasi sistematicamente da parte di festival e pubblico: il film, una folgorazione nerissima di cosmico nichilismo e raggelato umanesimo, è il ritratto urticante non soltanto di un gruppo di terroristi ordinari, ma anche e soprattutto di un mondo ruzzolato al proprio stadio terminale, che annaspa nel tentar di sobbarcare le proprie colpe all’alterità di turno e di nascondersi in un fatalismo di comodo e di riporto. Un mondo di certo fin troppo prossimo al nostro vissuto e ai nostri giorni, e dunque da respingere, da scansare, tanto quanto i suoi spettri anaffettivi dalle sembianze rassicuranti, animali notturni che s’improvvisano angeli vendicatori di una (assenza di) condizione morale.

Traditi da quel mondo e dai propri padri (genitori e istituzioni sono inesistenti), privati di un senso di appartenenza legittima di base, di uno scopo ultimo, di un diritto, vogliono fare la rivoluzione ma sono incapaci di riconoscerla, il loro moto distruttivo è sgombro di una coscienza, di un anche minimo sapersi, perché l’autodeterminazione da cui partono, la rabbia detonatrice delle loro disgressioni pseudo-insurrezionali, è pura posa sterile, pensiero acritico e impalpabile. Alla propria impotenza reagiscono col vuoto pneumatico, il loro furore non ha nulla di eroico, e ha tutto di disperato. Così, programmano con precisione un futuro circoscritto all’atto e in funzione di esso, senza curarsi dei suoi effetti collaterali, in seguito disperdendosi confusamente e rifugiandosi in un grande magazzino dalle sembianze di una fortezza. Ed è qui che Bonello sparpaglia definitivamente le coordinate, smaterializza i corpi, muta quel supermercato nell’incarnazione di un’assenza, a sua volta immagine (mancante) e ambiente (scopertamente) dell’anima. Non-luogo astratto ove vagare senza una meta, plastico e anodino come la realtà che i ragazzi percepiscono, un’impero di simulacri e rotte edonistiche: l’Eden che ci meritiamo.

Qui dentro, in una dimensione-specchio, in un lucidissimo incubo a occhi sbarrati e ai margini dello psicotico, in un sogno sfasciato dal proprio capitalistico appeal, i ragazzi si perdono, giochicchiano come dei fantocci telecomandati, come tante Alice in un Paese delle meraviglie fittizie, travestite, truccate, simboli della desertificazione socioculturale che è la vera gabbia senza via d’uscita del gruppetto. Qui dentro, la loro missione compiuta, rivista distrattamente su un maxischermo al telegiornale, si svela inconsapevole canto del cigno; qui dentro, i baluardi filosofici di cui si erano rivestiti e di cui si erano serviti per leggere il (e sentenziare sul) reale si liquefanno prendendo la forma di alibi aleatori, sempre e comunque maschere, automatismi, controparti opache in una recita oramai mortuaria.

Bonello, scansando le lusinghe del paternalismo, cuoce a fuoco lento un corpo cinematografico pulsante di membra decomposte, approdando a un’astrazione rarefatta di fine composizione figurativa e magistralmente orchestrata. Un capo d’opera che, da sopraffino direttore d’orchestra qual è (e a proposito d’orchestra, recuperatevi il densissimo, sinistro, orrorifico corto Sarah Winchester, opéra fantome), dopo una prima ora costruita in un sincrono geometricamente infallibile, riplasma, sparpagliando le pedine su una scacchiera fatta d’atmosfere sospese e allegoriche, tra il trip onirico e il kammerspiel claustrofobico, immergendole in divagazioni erratiche al ritmo di musica trash-pop (da Willow Smith ai Blondie, ma la maggior parte della soundtrack l’ha composta di suo pugno). Ricreando il market come reggia di incubi, centro simbolico di raccolta degli idoli di fumo e dei mali moderni che i protagonisti credono di aver fieramente debellato.

Rammollito in un cazzeggio pigro e nervoso, l’atto terroristico impallidisce sullo sfondo, si scolora la parvenza di epica rottura di cui era stato meticolosamente vestito, si impone drastico in quanto decadente in-azione, l’unica ritenuta possibile per una generazione perduta in partenza, fuori fuoco, prosciugata di prospettiva all’infuori di un sensazionalistico manifesto di «morte/rinascita»: la gioventù di Nocturama è una fenice menomata, già cenere, scevra di fuoco; i personaggi, tutti, sono zombie, manichini senza connessione di realtà (non a caso lasciano entrare nel loro castello consumistico due barboni, evocazioni parlanti delle vittime innocenti che hanno causato e il cui numero resta un’incognita sospesa e inquietante per tutto il film).

Eppure quel grido d’aiuto finale, inascoltato e vano, è il tormento fantasma che è giusto infesti cuore e testa e stomaco oltre i titoli di coda: quei “nemici dello stato”, quei corpi bui e atterriti, quei birilli senza nome da abbattere sono i prossimi nostri,  sono i nostri figli. Sangue del nostro sangue, e veleno del nostro veleno.

 

–> QUI LA SECONDA PARTE, A CURA DI LAURA DELLE VEDOVE

 

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