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Freak: IL GIOVANE FAVOLOSO di Mario Martone

il giovane favoloso

REGIA: Mario Martone
SCENEGGIATURA: Mario Martone
CAST: Elio Germano, Isabella Ragonese, Michele Riondino
NAZIONALITÀ: Italia
ANNO: 2014

Infiniti spazi e sovrumani silenzi al di là di quelli, sono gli unici compagni di gioco di un bambino destinato a rimanere prigioniero della sua stessa esistenza. Figlio reietto di una società bigotta e conformista, troppo gracile per essere virile e troppo ribelle per ritenersi cattolico, Giacomo Leopardi valica i confini dell’umana conoscenza attraverso l’immaginazione. Riflette, sogna, desidera talmente tanto un mondo diverso da finire col crearne uno ovattato, idilliaco e ameno in cui uomo e natura sono fusi insieme in un unicum spazio-temporale indivisibile. Sebbene il suo insolente desiderio di gloria strida fastidiosamente con le vile prudenza di un pastore errante perso nell’universo indefinito dei suoi pensieri, Leopardi si unisce alla sinfonia della vita, ne sposa le note nostalgiche e si accontenta di adottarne le tonalità sfumate. Prende posto in un angolino, in silenzio, aspetta pazientemente che qualcuno si accorga di lui e, nel frattempo, immagina l’ebbrezza del vento sulla pelle, il piacere del calore umano, il conforto di una carezza e la gioia di un sorriso complice. Colori sgargianti, vivi e nuovi, allora, iniziano a tingere le pareti della sua gabbia dorata, a rivelarne i desideri repressi e a portarne in superficie gli istinti più nascosti. Il peso della sua erudizione, però, giorno dopo giorno si riversa sul suo corpo, lo schiaccia, lo deforma e, infine, ne dilania lentamente le membra. Forte soltanto della propria capacità poetica, l’uomo diviene un freak solitario costretto a vivere lontano dai riflettori, a placare il proprio orrore interiore e a fingere che il rifiuto ottuso ed egoistico della comunità non intacchi minimamente la propria integrità morale. Il mondo circostante ne apprezza il valore e ne esalta la profondità ma ne ripudia l’estrema, inesorabile, malinconia che cresce vertiginosamente nutrendosi dell’amarezza delle sue giornate. E così, la magia si spezza, fuoriescono i fantasmi del passato e gli spiriti maligni di un inesorabile futuro prossimo, pronti a divorarne l’anima prima del corpo. Riflesso deforme di un mondo appannato, il giovane uomo sprigiona le sue pulsioni interrotte che si trasformano presto in una spasmodica, costante, disperata, ricerca d’amore. Come una ginestra solitaria sul pendio del Vesuvio, Leopardi attende la morte, lasciandosi inglobare dagli eventi che, ignari di qualsiasi sofferenza umana, assorbono la vita solo per distruggerla. Attraverso pennellate bucoliche di dolcezza e leggiadria, Mario Martone si improvvisa voyeur nobile e premuroso che osserva, incantato, la storia romantica di un homo novus, presentandoci il pessimismo leopardiano come lo specchio della sua vita, come l’amara accettazione della propria condizione esistenziale e come l’assoluta certezza dell’inesorabilità del suo destino. Plasma allora ogni fotogramma con una letterarietà d’intenti che si fonde con la ribelle musica elettronica di sottofondo, rendendo ogni frammento della vicenda, un tableau vivant dall’architettura barocca. Concepisce dunque Il giovane favoloso non come un didascalico (e didattico) biopic modernista, ma come lo svelamento dell’identità di un anti-eroe solitario, arrabbiato e spavaldamente cosciente della propria unicità.

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