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Senza coordinate, io dio e (forse) te: il deserto non finisce mai – NOAH di Darren Aronofsky

noah (3)

REGIA: Darren Aronofsky
SCENEGGIATURA: Darren Aronofsky, Ari Handel
CAST: Russell Crowe, Jennifer Connelly, Ray Winstone, Anthony Hopkins, Emma Watson, Logan Lerman, Douglas Booth
ANNO: 2014

Di battaglie (perse) che non hanno avuto luogo mai, di famiglie impazzite, di capibranco invasati, di deserti irrisolvibili, verdi o grigi od oceanici che siano; di cosa mettere in pancia, del giusto-sta-allo-sbagliato e viceversa, di teorie e di visioni, di superpoteri e tocchi divini, di missioni e di doveri, della cecità di uno contro quella di molti, della totale mancanza di guida, di dio, di sozzura irrimediabile, di luce.
L’ultimo film di Darren Aronofsky è prima di tutto il suo più enigmatico ed enigmistico, dove ogni punto (apparentemente) fermo diventa lo smarrimento nella scena successiva, dove ogni definizione degrada in qualcosa di opaco e miserevole, dove qualsiasi presumibile opulenza si vede cadere tutti i denti, ripudiante la definizione di kolossal  (costando più o meno il doppio di tutti i suoi film precedenti messi assieme), con vincitrice l’imbattibile attrazione per ciò che marcisce (e che quindi è (stato) vivo). Aronofsky dimostra che non sono i soldi a fare l’estetica, non sono le pianificazioni a fare l’eleganza, e che l’essenza si può adornare con il nulla.
Noah è un grosso scarabocchio d’inverosimiglianza mescolata alla necessità della crudezza, di realismo rurale soverchiante il leggendario: il lapsus e la contraddizione, l’umano e l’errore umano, davanti a un dio (che nel film non viene mai così nominato) che è muto e che è ovunque, inaccessibile se non a chi gli pare, o forse neanche.

Se fino ad ora il suo cinema ha raccontato sempre la stessa storia di discesa/ascesa nell’estasi/infernale, di climax cristallini e vette fuse con il cielo, di ritorno alla perfezione dis/sovra/oltre-umana (e quindi morta), Noah fa un passo indietro: non siamo più dentro la testa di una ballerina, dentro dei corpi tossici, in un cervello pronto ad esplodere, nel petto di Hugh Jackman sempiterno innamorato; non siamo più nell’infallibilità coerente di un martirio (di qualsiasi tipo esso sia) e si fanno i conti con l’oggettività, con autentici conflitti: più Abel Ferrara che Polanski. Noè è il protagonista meno compatto, lucido, sicuro, affidabile del cinema di Aronofsky: non galleggiamo più dentro l’ampolla sicura della semi-soggettiva e della soggettività e dell’estetica compatta, non c’è la guida del conseguente punto di vista divino. Noah non è la storia di un percorso, è la storia degli ostacoli, che spezzettano la via in tappe fallimentari, delle cuciture troppo visibili, senza che possa esserci una visione d’insieme.
Come se il discorso sui benefici del tocco deifico a senso unico fosse esaurito, di Noè vediamo i limiti, l’ottusità, la non chiarezza, la non positività, la solitudine, il ripudio, l’essere ripudiato, un candore che più d’una volta appare come stupidità, il rifiuto da parte di tutti, gli abbandoni drastici, l’isolamento, la mancanza di risultati. Uno schema complessivo ci è occluso, entriamo ed usciamo da Noè come dal creatore come dal resto della popolazione, e ciò che è luminosissimo un istante dopo diventa un gesto insensato, ciò che è utile diventa dannoso, ciò che è brutale diventa l’unica scelta assennata, i capricci virtù, e viceversa. In The Wrestler seguivamo gli errori di Mickey Rourke, quelli di Russell Crowe ci vengono sbattuti in faccia.
Orrore sparso, con Noè al centro: non si tratta del singolo vs la moltitudine, ma del dentro (divino) e del fuori (stare al mondo) di cui Noè è semplice crocevia, per un attimo vate infallibile e per altri cento povero imbecille. Almeno tre colori s’accalcano (io, tu, gli altri), si sovraccaricano, ed il risultato è il deserto, il grigio.
In Noah, fa sempre freddo.
Oscillando continuamente tra i brandelli di carne e la contemplazione.
Si vorrebbe vederlo morto, Noè, e si vorrebbe vederlo vittorioso. E lo stesso accade per Tubal-cain (Ray Winstone), che dello spirito religioso di Noè è semplice complementare, o per Cam (Logan Lerman), con la sua pulsione sessuale ed un padre castrante. Noè annulla se stesso ed è pronto ad annullare tutti gli uomini, mortifica la carne, mortifica il mangiare carne, adora l’impalpabile, è fuori-dal-mondo, è un invasato, è un pessimo capofamiglia, è uno sterminatore, è una merda, un burattino schiavo delle proprie visioni. È lo scontro, è il caos (nel voler cancellare il caos), è un miscredente nei confronti della propria specie, è il danno; ed insieme la salvezza, il senso, la bontà, paladino dell’ordine. Uccidere e salvare, salvare e uccidere, uccidere è salvare, salvare è uccidere: non se ne esce.  È la lente per vedere l’assenza di significato e la contraddizione, la vanificazione, lo svuotamento: attraverso di lui, nulla ha senso, è il cortocircuito essenziale. Tra l’onnivoro e il vegetariano, tra l’ebreo e il cristiano, tra (il senso del) volere e il (senso del) desiderare.
Noè e Noah vagano, e dove non è lo schifo, è il nulla. Biblico, fantasy, mitologemi mescolati. È tutto il divino che non puoi. La collocazione temporale: antidiluviana o postapocalittica, tra cento futuri o mille passati fa. Angeli/Guardiani che sembrano i Transformers di Michael Bay, che sembrano la pietra parlante di Fantaghirò, che sono bombe di luce, che sono ammassi storti di pietra raccapricciante e maledetta, che sono tra i personaggi più coerenti del film, ché sopra vegliavano e sulla terra sterminano. I troppi discendenti di Caino, i troppo pochi discendenti di Seth.
Le parole di Tubal-cain, prima spaventose e poi perfette; e quelle di Noè, prima perfette e poi spaventose.

La concezione visiva di Aronofsky è più esagerata  e degenerata che mai, e nel dover dare forma a tutto ciò che di scritto non ne ha, nel “mai” e nel “da nessuna parte”, inventa e scaraventa, mescola, seleziona solo le icone che vuole, dando spazio a tutte le sue oddities: angeli come gigantesche carcasse, animali storti e – sì – pacchiani, primi piani semisubliminali verdissimi del serpente, il frutto proibito che pulsa come un cuore appeso, l’episodio dell’ebbrezza di Noè posto come appendice, abiti e aggeggi futuristici, lordume medievale, la creazione che si mescola all’evoluzione, l’eredità della pelle, la luce/oro quasi onnipresente ma silenziosa (lontano residuo dei big bang di The Fountain), le armi, il cyberpunk residuo, lo steampunk sbiadito, inquadrature storte e volutamente ripudianti, volutamente fredde, volutamente grezze che ricordano il Wuthering Heights di Andrea Arnold, in cui tutto ciò che riguarda gli uomini è barcollante e cupo, e solo il mito nel mito (come il momento-presente-umano del film non potesse fuggire dalla realtà e solo il ricordo e la narrazione (non vissuti ed invivibili) ed il non vedibile (come il serpeggiare del nuovo fiume e i sogni di Noè) possano risplendere) scoppia di esprit barocco e di piacere visivo, lì relegato, di contro a qualsiasi regola del blockbuster.
Dispiego e distorsione di mezzi, per quanto assurdo, all’occhio Noah è il film più minuto di Aronofsky, perché, messa da parte la materia e le concezioni iniziali, tutto si porta avanti come un dramma familiare (o, al massimo, di quartiere) toccato di onirismo e di disastro, un vecchio Shyamalan senza le certezze favolistiche, ma mai allontanandosi dal fatto di star portando avanti la vicenda di un uomo, di un uomo in errore, di un uomo che finisce con l’essere odiato, con l’uccidere, accecato, lento dentro rispetto a tutto e tutti, ed introverso quanto un qualsiasi personaggio del Joaquin Phoenix più recente (vedi Her, vedi The Master), o di Michael shannon (vedi Take Shelter) schizzato, tenero e spaventoso insieme, in una sorta di Shining (ohibò) o Taxi Driver espanso.  Noah non può essere perfetto, ché di imperfezione incurabile parla, della malattia che sovrasta l’adattarsi, della carne che è automaticamente morta, e, soprattutto, ancora una volta, di fissare dritto il sole, di quella luce, che non è niente e che è tutto, e che questa volta ci è negata, insieme al morire in pace.

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