venezia 70 - giorno 3

VENEZIA 70: Giorno 3 – Il punk non è morto (e nemmeno noi)

frears pphilomena

Giorno 3: Tra i pittoreschi tifi del pubblico (si sprecano gli applausi in medias res) e le fughe in massa da qualche inetto film italiano (la Piccola Patria è sempre più minuscola), quello che vogliamo ancora e sempre sono le immagini, noi che ne siamo affamati (come dice saggiamente in un videomessaggio Apichatpong Weerasethakul, in tenuta sportiva e che scopriamo essersi autoribattezzato Joe (!!) (di sicuro prima di vedere il film in concorso)).

Gravitano intorno alla nostra lidosfera in(ter)ferenze che ci sbatacchiano qua e là: il fascino mortuario e mortifero di Philip Gröning che è così anemico da essere quasi impalpabile e astratto (lui, sicuramente, se lo augura), ma il suo è un esperimento che raggela, che parzialmente attrae e soprattutto respinge: non ce la diamo a gambe ma incespichiamo. David Gordon Green dimostra che questa è la mostra delle seconde chance, delle chance che non ti aspetti, dei mali minori, del meno peggio, del contentarsi in un leggiadro stupirsi. Così, dopo il pulito romance di LaBruce, ecco Joe: starring Nicolas Cage che fa le faccette, uomo rozzo attaccabrighe ed orso che si redime per il bene di un figlio putativo, lungo una trama che avrebbe potuto essere divelta in una novantina di minuti e invece trascina la sua graduale opacità e l’inerziale scarnificaizone per 117 lunghi amorfi minuti. Pigramente accoccolato in riverberi recenti (Gran Torino/Un gelido inverno/qualsiasialtrofilmdelgenere anyone?) non ne raggiunge neanche per un attimo la levatura. Aiuta ad evitare lo spiaggiamento il vecchio padre ubriacone spostato e vitreo di Gary Poulter, che riaccende i nostri occhi quando passa dall’insegnare a ballare al figlio a vendere la figlia senza mai dare l’impressione di sapere dove si trovi. Green ha fatto molto di peggio: questa volta ci basta ma non avanza, accontenta ma senza far godere.

Piacerebbe dire lo stesso di Kelly Reichardt (Night moves) che invece, sempre più impantanata (e impuntata) su se stessa, accartoccia la nostra capacità di autoconservazione in sala e rende santa la nostra pazienza. In un annacquato stand-by, risulta completamente disinteressata ai personaggi che racconta: ecoterroristi in crisi di coscienza, ma ancora di più di rappresentazione, di pulsazione vitale, di un elettroencefalogramma che non è mai stato così piatto (rivogliamo il rapporto che cresce in silenzio e in irrompenti sguardi tra il nativo in ostaggio e l’imposiva Michelle Williams, in Meek’s cutoff).  Alla fine, la pretesa di assumere un occhio entomologico provoca una visione schiacciata dalla propria asetticità, passiva, preregistrata, indifferente agli altri e a se stessa.

we are the best venezia 2013

All’aprirsi del weekend e del quarto giorno, inaspettatamente (si) risveglia dal letargo il buon vecchio Stephen Frears, buontempone faceto che agguanta roba seria presentandosi con un’operina sotto copertura (il rivestimento è quello di una simpatichina dramedy su un’indagine condotta da una strana coppia) ma pianta un coltello in pancia quando riesuma l’irrevocabilità di una true story. Finalmente, dopo gli impasse dello scipito Chéri e (l’oltre l’)insulso Una ragazza a las vegas Frears smette di sbadigliare e con Philomena si riappropria della qualifica di ottimo narratore, ricordandosi che il suo meglio lo dà nella misura: non ci si sgola urlando al miracolo ma ci si spellano le mani a dovere. L’incontro tra un’anziana signora irlandese cattolica e composta (di buoni sentimenti e intenzioni) e un giornalista inglese ateo e burbero, è avvolto dalla patina accogliente e rassicurante dell’humor british (che pizzica spesso e volentieri gli yankees ricchi e grassoni), ma gradualmente disseppellisce i pozzi oscuri di storie sotterranee e sotterrate: gli abusi di potere clericale, le agghiaccianti conseguenze dell’ignoranza più crudele, del fondamentalismo e dell’ingiustizia che vengono sommamente praticate perfino in un luogo di supposta (supponente) carità cristiana (che sembra diventare sempre più un ossimoro) come un convento. La fede insomma va tutta a nostra signora (e dama/chioccia) Judi Dench, che ricorda in super 8 mentre il passato le scorre addosso sgranato e pastoso, e giganteggia gigioneggiando durante una conversazione di cortesia con un inserviente messicano. In un’impostazione classica, naif, quasi didascalica, intento ed effetti vengono magnificamente riassunti dalla novella che Judi racconta, entusiasta ed accorata, allo scettico accompagnatore/compagno di viaggio: quando una storia scolpita nella pietra della nostra memoria, già conosciuta e attraversata, magari pure sfacciatamente ovvia quanto la sinossi di un Harmony e il suo canonicissimo happy end, è però ben raccontata, ebbra di senso, allora non abbiamo bisogno di null’altro per vivere e morire.

Chi ribadisce i propri attributi invece è Lukas Moodysson: thumbs up a tutt’andare per le sue tre puelle svedesi che nei primi anni ’80 battono i piedi agognando una carriera nel punk e allo stesso tempo urtano turbate le prime delusioni della/dalla vita, le amicizie, le fatue infatuazioni. We are the best! è l’annunciazione convinta, il grido di vittoria, l’ovazione e la dichiarazione che non permette replica, quando ancora si poteva gridare a squarciagola nei pullman e sotto la neve la propria unicità. We are the best! è tanto micro – quasi minimal – e tanto armonioso, tanto bello, che si sente davvero di partecipare a quelle vite e di appartenere a quella storia: di avere quei capelli tagliati malamente, quelle coltri di vestiti troppo grandi, quegli occhiali così ingombranti. Momenti di cinema così piani, così puri e così veri da farsi invisibili.

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