QUALUNQUEMENTE di Giulio Manfredonia

REGIA: Giulio Manfredonia
SCENEGGIATURA: Antonio Albanese, Piero Guerrera, Giulio Manfredonia
CAST: Antonio Albanese, Sergio Rubini, Lorenza Indovina, Luigi Maria Burruano
ANNO: 2011

C’ERA(NO) UNA VOLTA (PAURA E DISGUSTO) IN CALABRIA

E, dopo Checco Zalone, risale e riemerge dal sottovuoto spinto della tv, rianimandosi, o forse, anche qui, raggiungendo la sua dimensione naturale piuttosto che una vocazione commerciale, un’altra maschera distorta d’indesiderabile realtà, questa volta fatta più di sangue e vomito (disgustoso) e abietta grettezza che di sole ed ignoranza candida. Ché sarebbe corretto parlare di caricatura nel senso grafico del termine, nella deformità (morale, fisica, d’azione – moralmente, fisicamente, azionamente direbbe Cetto La qualunque) a partire dal corpo stesso di Antonio Albanese (parrucca a rappresentare capelli che a loro volta sarebbero tinti, panza abnorme sotto un completo bianco gessato di “Vota Cetto La Qualunque” miniati viola) arrivando a rendere freak e colante la maggior parte degli aspetti del film, che appare come il risultato finale di una sommossa volta all’esagerazione, al flaccido, allo sbrodolamento grasso e poco elegante del cattivo gusto, come una trapezista divenuta obesa nel suo stesso costume ed impiastricciata di gelato dai colori chimici, come se non si trattasse di kitsch fatto e finito, ma di uno di seconda generazione, magari nato da una delle rielaborazioni di Almodovar dei primi 90s o da Pappi Corsicato, col florilegio cromatico de Il seme della discordia ridato ad un’illuminazione piena, o ancora dal Mr Suave di Joyce Bernal  trasfigurato al sud Italia; un uberkitsch pari alla strafottenza, all’awful, alla follia che più che trasmessi paiono impattati e compattati all’immagine stessa, una torta gelatinosa e luccicante, l’interno della Fabbrica di cioccolato rammodernata al rosa shocking di copertina e locandina di Gomorra fatto a colore onnipresente ed esteticamente portante, non nello sfumare su tutti gli oggetti ma nell’impossessarsene violento, in modo quasi sadico, impietoso, nel sangue arcobaleno, in una sorta di abisso di colore.

Cetto La Qualunque e Checco Zalone condividono l’iniziale destino/destinarsi della riappropriazione del cinema dei suoi stessi mostri (che dal limbo tv non riuscivano più ad emergere), ma non i risultati: se il secondo È  i propri film, il primo ne è “solo” parte, divinità sì centrale di una mitologia (nelle gerarchie tra i personaggi, nella vicenda, nei paesaggi stessi), ma insufficiente per uno stand-alone che duri più di novanta minuti (ma anche dieci) o per un semplice percorrere da un personaggio all’altro in attesa che gli venga servita la battuta, perché Qualunquemente và oltre l’adagiare attorno al suo losco figuro, è creazione di un cinema-circo di cui il direttore assoluto è Giulio Manfredonia (cosa giusta ma non ovvia, soprattutto nella commedia (che a volte non sa che farsene di se stessa)), la cui voglia espressiva assume connotazioni gigantesche, che quasi uccidono il lato canzonatorio, per un più crudo grottesco.

Qualunquemente diventa, prima di tutto, un semi-western, fin dalla prima inquadratura: quasi al buio i capoccia della città setacciano fotografie per decidere quale balordo spingere per la carica di sindaco contro l’onesto De Santis, e la scelta finisce su La Qualunque. Di lì in poi il sole sarà sempre a picco ed assassino, ed il duellare perpetuato fino alla fine. Manfredonia non riesce a fare a meno di dar sensazione di caldo, sabbia, asfissia, tensione pomeridiana mortifera; con momenti equivalenti al duello verbale tra lo sceriffo e il villain nel locale, ai piani illegal-istituzionali, agli avvertimenti esplosivi, con la Banda Osirismorriconante quasi senza sosta. La macchina da presa di Manfredonia è di pura connotazione frenetica, mai ferma come se volesse toccare tutte le sinuosità e i punti di vista tecnicamente concessigli, arrivando a certi momenti in automobile che neanche La guerra dei mondi di Spielberg, soprassedendo alla commedia stretta, un tutto-al-contrario della poca voglia generica di un Fausto Brizzi, una necessità-frullatore di frullare. Ed in questo, un “paura e disgusto” global(izzant)e quasi sardonico; attori e scenografie, costumi e velocità, paiono omogenei, un impasto che è stucco ad un passo dal stucchevole. Ritrovare significato, in una tettona in latex, in un comprimario che sembra Jerry Stiller, in un Sergio Rubini contaminato a pelle da El topo e cento becchini, nella trivialità, nell’indecente (s)fottersene di tutto, nel molliccio appiccicoso puro cattivo gusto.

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