PROMISED LAND di Gus Van Sant

REGIA: Gus Van Sant
SCENEGGIATURA: Matt Damon, John Krasinski (da un soggetto di Dave Eggers)
CAST: Matt Damon, Frances McDormand, Hal Holbrook, John Krasinski, Rosemarie DeWitt
NAZIONALITÀ: USA
ANNO: 2012
USCITA: 14 febbraio 2013

NOT THE BAD GUY

Ripercorrendo la filmografia di Gus Van Sant, dagli esordi nel 1986 col low-budget Mala Noche fino a L’Amore Che Resta (2011), non si può fare a meno di immaginarlo eternamente giovane, immutato ribelle di Hollywood, per quanto abbia indugiato in qualche concessione al box-office (il comunque splendido Will Hunting).  Se si ripensa a quello che è con ogni probabilità il suo capolavoro, Elephant (2003), strozzato urlo di dolore per la strage di Columbine, alla freschezza inventiva delle sue opere migliori, si fatica a credere che il cineasta abbia ormai varcato la soglia dei sessant’anni di età, o meglio, si faticava: Promised Land, distribuito nelle sale italiane in contemporanea alla presentazione nel corso della 63ma Berlinale, ci riporta con i piedi per terra, accompagnati dall’amara constatazione che anche Gus Van Sant è inesorabilmente invecchiato. La pellicola si fonda su premesse allettanti: torna Matt Damon, sia nei conflittuali panni del protagonista Steve Butler che nelle vesti di sceneggiatore , a quattro mani con John Krasinski (suo antagonista nel film, nel ruolo di Dustin Noble) da un soggetto del celebre scrittore Dave Eggers (L’Opera Struggente di un Formidabile Genio). La storia di Butler, trentottenne con aspirazioni carrieriste in seguito alla promozione ottenuta presso la Global, multinazionale dal nome-simbolo (tratto ricorrente nel film) che trivella terreni per estrarne gas naturale, mette in gioco una tematica fondamentale ossia  la crisi economica, sfondo dell’intera narrazione, senza però sfruttarne appieno il potenziale e finendo per concentrarsi su aspetti secondari e sostanzialmente retorici. Steve e la collega Sue (magnifica Frances McDormand, per quanto sia ormai quasi inutile sottolinearlo) hanno l’incarico di convincere gli abitanti di una cittadina rurale della Pennsylvania, messa in ginocchio dalla mancanza di risorse, a vendere la propria terra, ricorrendo a false promesse di ricchezza: Steve è cresciuto in una fattoria, in un piccolo centro molto simile a quello in cui devono muoversi e ritiene dunque di conoscere “questa gente”, di potersi agevolmente mescolare a loro nella presunzione della propria superiorità culturale, commettendo l’errore di identificarla con quella intellettuale. Lo sbaglio è palese fin dal suo arrivo, a partire dal cartellino del prezzo dimenticato su una camicia di flanella acquistata per “sembrare uno di loro”, e che proprio uno di loro staccherà al primo sguardo, smascherando subito la goffa intenzione; ciò che non va, ovviamente, si trova più a fondo, nell’animo e nella coscienza del protagonista e, in primis, nella memoria della propria provenienza e delle proprie radici, che entra inevitabilmente in conflitto con un’identità presente tanto posticcia quanto fragile. E’ anche in questo che ritroviamo uno dei passi falsi di Promised Land, nel suo scivolare verso una retorica superficiale e un tantino demagogica, troppo scontata e già vista. Per quanto il regista e gli autori dello script si concentrino, legittimamente, sul travaglio interiore di Butler e sulla sua mancanza di autostima (dovuta, in modo fin troppo ovvio, al non credere davvero in ciò che fa), finiscono per arenarsi sui buoni sentimenti e sulla tematica di una ritrovata consapevolezza delle proprie origini, perdendo di vista altri spunti potenzialmente interessanti. Si punta su una rappresentazione che è anche simbolica (caratteristica del cinema di Van Sant), dagli stivali del nonno, elementi chiave in quanto significanti di una figura parentale determinante nella vita di questo “yuppie sbagliato”, fino ai nomi dei personaggi: Butler, ossia maggiordomo, dunque servo di un potere più grande, Dustin Noble, l’ambientalista che darà filo da torcere ai due venditori, dal cognome troppo smaccatamente immacolato per poter convincere e soprattutto la Global, emblema di tutte quelle multinazionali che proprio dalla crisi tentano di trarre il maggior profitto possibile, senza curarsi delle conseguenze. Ingiustamente poco approfondita la figura di Frank Yates (un grande Hal Holbrook), anziano insegnante per passione, in realtà fregiato da prestigiosi titoli accademici: ben lungi dall’essere un bifolco facilmente raggirabile con qualche chiacchiera, uomo la cui profonda dignità rappresenta quella della comunità intera.

Promised Land regala alcuni buoni momenti, tra cui il monologo di Steve sui “Fuck you money”, ossia il denaro come “liberatore definitivo” e alcuni dialoghi arguti, un ottimo cast e il sapiente talento di Van Sant per l’immagine in quanto tale, complice la bellissima fotografia di Linus Sandgren e riprese paesaggistiche di indubbia suggestione. Tuttavia, il film resta irrisolto e complessivamente un po’ monotono nonostante qualche efficace scossone.

La pellicola avrebbe dovuto segnare l’esordio registico di Damon, che rinunciò a causa di tempi troppo stretti e divergenze creative, passando il testimone a Van Sant, il quale probabilmente non è entrato del tutto in sintonia con l’opera: ciò che manca davvero a Promised Land, come del resto al suo protagonista, è proprio una ben definita personalità. Ed è un vuoto che si avverte. 

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