POST TENEBRAS LUX di Carlos Reygadas

REGIA: Carlos Reygadas
SCENEGGIATURA: Carlos Reygadas
CAST: Adolfo Jiménez Castro, Nathalia Acevedo, Willebaldo Torres
NAZIONALITÀ: Messico, Francia, Paesi Bassi, Germania
ANNO: 2012
USCITA: 16 Maggio 2013

TENEBRA È LA NOTTE (DELL’ANIMA)

Un momento di cinema di spettrale bellezza apre Post Tenebras Lux di Carlos Reygadas: una bambina che trotterella in mezzo a una natura grigio-verdastra, tra cani, cavalli, le mucche che invoca incessantemente con candore giocoso, una manciata di creature che le ronzano attorno. La piccola si diverte, è nel suo luna park, noi stiamo lì ad osservarla e per suo tramite percepiamo l’incanto maciullato di una natura fotografata in tutta la sua estatica e livida bellezza. Però il fragoroso temporale è in arrivo, il tramonto sfuma verso la notte nera come il nulla, il ludico lascia il posto al tragico. E allora ecco il pigolio di un’innocenza, che si rivolge piangente a padre, madre, fratello, paesaggio, universo (tutto il suo nido, micro e macro). Lacrime di dolore cosmico, inascoltate. Gli scosci dell’acqua piano piano si quietano, estinguendosi nell’oscurità, come tutto il resto, come il nostro sguardo. Sono arrivate le tenebre dopo gli scampoli di luce. I tuoni rimbombano in lontananza, buio (anche in sala) e il film può iniziare.

Sono i primi dieci minuti circa dell’ultimo film del regista messicano pupillo di Cannes, che nel 2012 gli ha tributo il premio alla migliore regia. Una sequenza di cinema dolorosamente accucciato sulla frattaglie dell’immagine, visioni che per molti altri sarebbero di marginale o pressoché nullo interesse ma che nelle mani di Reygadas vanno a comporre un incipit metafisico e inquietante, come non se ne vedono spesso. Un vortice sensoriale che ti avvinghia e ti imprigiona, fagocitando lo sguardo e rapendo i sensi. Dall’autore di Japòn, in fondo, è lecito aspettarsi delle immagini di forza inusuale, piene di marcatissimo studio sui misteri quasi sacerdotali che possono abitare uno spazio brullo e ancestrale. In Post Tenebras Lux, però, l’ispirazione generale è a livelli decisamente più bassi di quanto quest’incantevole sequenza iniziale lascerebbe presagire. E duole ammettere che Reygadas si perda tra l’accumulo di suggestioni, tra provocazioni e radicalizzazioni stilistiche che non sempre sono mirate e centrate e in qualche caso lasciano perfino il tempo che trovano. Senza mai raggiungere la perfezione essenziale e in sé compiuta dell’inizio ma risultando in più di un’occasione a dir poco inerziale.

All’ouverture mirabile segue infatti una narrazione (definizione generosa) di assoluto minimalismo, accennata e solo suggerita. I temi si affastellano: la violenza animalesca dell’uomo che si abbatte sul regno animale, il rapporto città-campagna attraverso la storia di una famiglia che si trasferisce nella seconda, la sessualità contorta di una sauna di scambisti in cui le sale del piacere accaldato si chiamano addirittura Hegel e Duchamp, così, un po’ per vuoto solleticamento intellettuale. Ne vien fuori un naturalistico e inquieto affresco, impenetrabile e straniante, che procede per quadri scissi e consente solo in seguito di ricondurre tutti i cocci della visione a un’unità. Una vena decorativa che tradisce un nichilismo un po’ estetizzante, forse sterile, forse autocompiaciuto, di sicuro tutt’altro che non affascinante. Reygadas viaggia sul treno della fascinazione deforme, sfoca le sue immagini, le annoda su stesse e le carica di senso, con un incedere solo estetico e con un interesse solo formale. Ma la forma è sostanza e allora ecco che le storture grandangolari e il formato 4:3 – con alcune inquadrature messe a fuoco solo nella parte centrale delimitata da un cerchio e sfocate invece sui bordi – prendono vita, affrescando una natura e un’umanità il cui cuore è forse troppo grande (o troppo piccolo) per sopportare tutte le sue periferie: quasi come se si volesse rifiutare una parte del visibile, riducendo i propri occhi a fessura e annacquando il resto. Il dolore universale, forse, è già di suo troppo pronunciato per riuscire soffrire anche la visione panoramica che accoglie i dettagli marginali.

Reygadas costringe lo spettatore dentro questa essenzialità imposta, peccato però che ecceda in molto del resto. La sua autobiografia esistenzialista (le bambine protagoniste sono le vere figlie del regista, e chissà quant’altro di suo c’è, nel film…) produce scene bellissime da vedere e di enorme impatto, complessissime ed elaborate (c’è anche un sonoro spaventoso), ma smarrisce un po’ per strada l’unità dell’ispirazione, tra salti di tono diseguali e vari tentennamenti forse inevitabili per un autore che affronta a viso aperto il confronto con gente come Bresson, Antonioni e Tarkovskij, ma non per questo più tollerabili o perdonabili. Il suo film si concede tutto e il contrario di tutto: la silhouette plastificata e posticcia di un diavolo caprone con fallo e cassetta degli attrezzi, una partita a rugby, Neil Young violentato al piano, alberi che cadono e uomini che si staccano la testa da soli, forse retaggio del fatto d’aver visto quel diavolo da bambini sulla soglia della propria cameretta. Però, a dispetto delle premesse, non è un delirio. Ha una sola logica. Una sua sperimentale cognizione del dolore. Una libertà lodevole, che sa stare al passo dei propri eccessi nonostante i vuoti e le pecche cui s’accennava in precedenza. Un film da vivere in apnea, col fiato sospeso e il freno a mano tirato rispetto al proprio stesso scetticismo. Una ballata ipnotica del dolore al cielo aperto, un cinema in bilico tra essenza indigena e meticciato, tra via della natura e via, malickiana, della grazia. Pare un Apichatpong ancor più rabbuiato ma non meno filosofico, con le sue foreste immense e i suoi scenari impareggiabili. Questo poema paradisiaco dall’innocenza violentata ha irritato e continuerà ad irritare molti, per la sua visione stregonesca del mondo, per la ambizione sconfinata, per il ridicolo involontario dal quale è sempre a un passo. Ma a prescindere che piaccia o no, è uno di quei film-esperimento (oltre che film-esperienza) di cui il cinema ha bisogno, per rimanere in vita, per continuare a spiazzare, ad esistere, a pulsare. L’unico percorso possibile per respirare boccate di cinema estremo e arioso, passando attraverso le tenebre della selva nera per ri-approdare alla luce.

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