LA BELLEZZA DEL SOMARO di Sergio Castellitto

REGIA: Sergio Castellitto
SCENEGGIATURA: Sergio Castellitto, Margaret Mazzantini
CAST: Sergio Castellitto, Laura Morante, Erika Blanc
ANNO: 2010

TEATRO DEI DILETTANTI

C’è chi, girando scene a tavola (pranzo cena merenda quelchesia), riesce a trasformare tutto in un gioco di atmosfera e di enfasi introspettiva. Citando due autori diversissimi fra di loro, possiamo pensare a Johnnie To, che ha fatto della tavola un luogo sacro almeno quanto l’ultima cena (e molto probabilmente, per i suoi protagonisti la è davvero, l’ultima cena), trasformando la scena in momento focale: la quiete (sospirata, nascosta, disturbata) prima della tempesta (di piombo). Poi, abbiamo Abdellatif Kechiche; bisognerebbe seriamente ripassare Cous cous e i suoi banchetti, momenti di per sé statici, ma bombardanti dinamicità per il modo in cui l’autore gestisce macchina da presa e montaggio: non si tratta solamente di ritmo, quanto di vita. Rendere viva e pulsante una scena a tavola, cosa palesemente non alla portata di tutti, e Sergio Castellitto è allarme lampante di ciò che è diventato (o sta diventando) il cinema italiano medio. E lui non è nemmeno un semplice regista di passaggio, in quanto è l’uomo dietro uno dei film più belli dello scorso decennio, quel Non ti muovere tragico che scava nel cuore per poi stritolarlo lasciandoti da solo in un angolo, piangente come la Penelope Cruz trasfigurata amore impossibile e vietato, lercio.  

Difficile individuare le cause degl’errori de La bellezza del somaro, perché a risuonare come non funzionante è l’intero apparato produttivo, come se ognuno, nel film, abbia fatto i cazzi propri, spezzando i legami tra scrittura, direzione e recitazione. Castellitto è nervoso, di prima occhiata ricorda il Demme di Rachel gettingmarried, con la macchina da presa instancabilmente voyeuse agitata: montaggio serratissimo e veloce, tagli alla velocità della luce, zoommate da stupro e jump-cuts. Forse il regista ha sbagliato copione, e ha pensato di star girando un film di guerra e di bombardamenti, o perlomeno un action, perché i suoi ritmi e il modo in cui frammenta l’immagine sono esattamente quelli del delirium bellico. Eppure, qua, al di fuori delle guerre interne e psicologiche, non c’è proprio traccia di armamenti. Casomai, sembra di trovarci nella solita anonima piece teatrale dove un tot numero di personaggi si ritrova suo malgrado “rinchiuso” in un villino di campagna per il weekend. Ce n’è veramente per tutti i gusti, dai pazzi suicidi alle (immancabili, nel cinema italiano non più medio bensì mediocre) mamme sclerate, dai brufolosi cannaioli agli (ovviamente) sconosciuti che diventano necessariamente elementi di disturbo. Sembra materiale che Altmanavrebbe trasformato in un piccolo capolavoro, ma nelle mani di Castellitto diventa opera confusa e fastidiosa in quanto priva di armonia. Anzi, il regista sembrerebbe proprio avere paura di inquadrare, ed è per questo che traballa come fossimo nello sbarco in Normandia: Castellitto, paradossalmente, ha paura delle immagini, e cerca in qualche modo di sfuggirle, indugiando dubbioso sui piani, rifiutando ogni forma di ordine compositivo. Per questo, tutto ne La bellezza del somaro pare sfuggire, correre via, dai bellissimi paesaggi di contorno fino ovviamente alla vera anima della narrazione, ovvero i personaggi. Il cast (e che cast!) sembra fatto da attori sfigati che cercano di soppiantare continuamente i colleghi, in una gara di esibizionismo di fronte all’occhio della macchina da presa.La bellezza del somaro non è un film, quanto le prove generali di una recita scolastica: solo che al posto degli studenti, sulla scena troviamo ultra-quarantenni agitati e dispersi che ci fanno addirittura rimpiangere Muccino, che perlomeno le sclerate le girava con stile. Invece, l’unico stile concesso a Castellitto è quello del caos e della banalità, con quelle simbologie così elementari (a cominciare dallo stesso Somaro del titolo) che sanno anche un po’ d’insulto all’intelligenza.

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