venezia 2015

And god said “let there be light”: IL CASO SPOTLIGHT di Tom McCarthy

spotlight

REGIA: Tom McCarthy
SCENEGGIATURA: Tom McCarthy, Josh Singer
CAST: Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams
NAZIONALITÀ: USA
ANNO: 2015

Boston è una città particolare, e la sua luce non poteva che essere speciale. Ha una luminosità tutta sua, la Walking City, forse proprio perché i suoi abitanti ne portano l’essenza a passeggio con loro, ha sempre un che di rarefatto pur nella sua lucidità, crepuscolare anche quando il sole si è appena alzato sulla baia e inizia a scaldare l’estuario. Dà l’idea di un qualcosa di spirituale che incombe sui suoi palazzi, sulle sue strade, sui parchi, sui marciapiedi. E sui cittadini, filtrando dalle vetrate: da quelle dei grattacieli, da quelle dei locali, dai finestrini delle automobili, dalle lenti degli occhiali.

Bene, Spotlight, quinto film diretto da Thomas McCarthy, è essenzialmente questo: un film sulla luce e le vetrate di Boston, su come i bostoniani vivono la loro amorevole città, raccontato attraverso la relazione che – a seconda dei casi – scelgono o riescono a permettersi di istituire con la luce che essa emana. Spotlight – in inglese, riflettore – è, appunto, il team di giornalisti che fa luce sui casi oscuri, quelli fuori dalla grazia (in questo caso ben poco divina) della città in cui opera; e Spotlight è un film in cui si fa luce mostrando il farsi della luce. L’abbraccio materno in cui l’Atene d’America culla i suoi figli si riflette, letteralmente, attraverso le finestre degli uffici e le vetrine dei ristoranti, e coglie i suoi avventori marcandone la personalità e lo stato d’animo; la messa in scena torna alla sua essenza e si fa ricerca della luce giusta, non nel senso di migliore – perché quella luce è sempre perfetta – ma nel senso di quella sfumatura che di volta in volta si adatti al momento del personaggio, raccontandone un dettaglio della personalità, una gamma di sensazioni, un’istante di vita vissuta, una speranza o una disillusione. I chiaroscuri disegnano gerarchie, giochi di potere, drammi personali, ritraggono la lotta di classe, indagano il confine tra verità e bugia, o più spesso e smaccatamente tra verità e verità occultata. La vera dimensione del film non sta nel numero di ecclesiasti coinvolti nello scandalo e nell’indagine, ma nello scarto tra il modo e l’intensità con cui la luce della baia si riflette dalla finestra all’abito elegante dell’avvocato interpretato da Billy Cudrup, spregiudicato ingranaggio del sistema arricchitosi mettendo a tacere una lunga serie di accuse contro uomini di chiesa, nel suo grande studio in uno dei lussuosi grattacieli di Cambridge, e quelli con cui la stessa luce fatica a fare capolino tra le pile di faldoni dell’angusto ufficio di Garabedian (il solito, perfetto, Stanley Tucci), o entra attraverso la vetrata del locale in cui Joe Crowley incontra per la prima volta Sacha (Rachel McAdams) e riscalda le briciole dei due muffin che l’uomo, una delle vittime degli abusi, ha appena finito di mangiare nell’attesa della reporter. Traiettorie fotoniche che si intrecciano tessendo vite e rapporti umani, dall’aperto dei parchi e delle piazze fino a dentro gli ascensori, che sono solo dei fottuti ascensori, non hanno la luce di Boston, ma se ne portano dentro delle tracce, riflesse sui volti e sui corpi dei loro fugaci avventori. Non è un film sui preti pedofili, né sulla chiesa o tanto meno sulla fede, ogni volta che affronta il tema della religione e del divino l’immagine è piena di scatole e faldoni, dio è solo giurisprudenza, la chiesa è solo un soggetto (e forse è proprio questo punto di vista a mostrarne efficacemente la secolare influenza sociopolitica), è un caso come un altro, diverso dagli altri non per le parti in causa ma per come impatta sulle vite dei protagonisti e dei cittadini dell’intera area metropolitana. Non è neanche un film sulla giustizia e sulla legge: «This is bigger than Law!» tuona furioso Robby, il “capo-squadra” interpretato da Michael Keaton, riferendosi al cognome del cardinale di Boston ma evidentemente non solo all’alto prelato e non solo all’istituzione da egli rappresentata.

Confezionato con quella solidità che ad Hollywood saprebbe garantire anche il primo turista incrociato sul Boulevard a fotografare le impronte delle star, ed arricchito da un cast al tempo stesso stellare ed efficace, Spotlight si carica il peso di un progetto estetico che gli fa compiere quel passo decisivo per essere più che un buon-film-di-genere-con-tutti-i-crismi-ma-senza-sbocchi (una di quelle formule riciclabili ancora più solide dei prodotti in questione). Quella di McCarthy è una pellicola che va a scavare intorno alla radice: è anche questa una formula abusata, ma torna letteralmente all’origine, del cinema e della vita.

Condividi

Articoli correlati

Tag