J. EDGAR di Clint Eastwood

REGIA: Clint Eastwood
CAST: Leonardo DiCaprio, Armie Hammer, NAomi Watts, Josh Lucas, Judi Dench
SCENEGGIATURA: Dustin Lance Black
NAZIONALITA’: USA
ANNO: 2011
USCITA: 4 gennaio 2012

UNTITLED

Immenso Eastwood, che mette in difficoltà la critica creando un film inaspettato per chi ormai credeva di aver incanalato il suo cinema in compartimenti precisi e ben delimitati. L’autore di Million Dollar Baby raggiunse la perfezione del classico (e dunque: della forma come cristallina invisibilità) solamente per poi riscomporla, confondere le carte, sviare lucido come un vecchio cowboy che sembra non finire mai le sue cartucce, ogni volta pronto a rimettersi in gioco, ad alzare sabbia e vento. Il primo passo del nuovo Eastwood con Hereafter, che addirittura contemplava i limiti dello spazio e del tempo (ordunque del cinema, come ha fatto nello stesso periodo il Malick di The tree of life), e ora il presente qui, J Edgar, sulla carta la storia di un uomo che fece grande l’america, fondatore della Federal Bureau (aka FBI) che poi aprirà la pista ai vari CSI et affini; eppure, in scena, l’opera diventa subliminale presenza/assenza, dove i confini rimangono circonvallati come ectoplasmi trasparenti. Che la stessa figura di J Edgar possa essere emblema di ciò che è diventato il cinema di Clint Eastwood oggi? La medesima toccante fragilità, lo stesso continuo ricercare ricadere risalire vincere amare amarsi sparire già come sempre, fantasma. Allora travalichiamo ogni forma di causa effetto, viaggiamo nel tempo senza sosta e senza soluzione di continuità: il cinema di Eastwood è già memoria, già accaduto; è ricostruzione wellesiana che scava la superficie in cerca dell’anima che giace sotto il cerone di un Leonardo Di Caprio immenso nel suo avere costantemente maschere, nel suo rendersi demiurgo e costruttore di (false) verità, prima di crollare, come sempre da solo, nel buio di una stanza la cui luce(buio) stessa è disegno e marca eastwoodiana. Qui in J Edgar non c’è più differenza sostanziale tra passato presente e futuro (fatto sottolineato continuamente dagli accordi per analogia), Eastwood non percorre il tempo ma se ne appropria rendendolo cerchio senza inizio nè fine, viaggio al centro dell’essenza esistenza senza rosebud. Eppure, per quanto la complessità strutturale di J Edgar possa trarre in inganno, il tocco di Clint si riconosce in ogni singola inquadratura, nel modo in cui avvicina lievemente la macchina da presa sul volto dei suoi protagonisti per coglierne una particolare espressione, nella perfezione temporale di quando taglia la scena prima che essa diventi melodramma e retorica. Sullo sfondo, la storia d’amore più struggente dell’autore dai tempi del Madison County. Evviva Eastwood, che ha saputo raggiungere la perfezione solamente per poi buttarla via, perchè se è vero che “perfetto” significa “finito”, allora vuol dire che il nostro autore preferito ha ancora molto da dire.

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