LA TALPA di Tomas Alfredson – Venezia 2011

REGIA: Tomas Alfredson
CAST: Gary Oldman, Colin Firth, Stephen Graham, Tom Hardy, Kathy Burke
SCENEGGIATURA: Bridget O’Connor, Peter Straughan
NAZIONALITA’: Uk, Francia, Germania
ANNO: 2011
TITOLO ORIGINALE: Tinker, Tailor, Soldier, Spy
USCITA: 13 gennaio 2012

IPCRESS, NOSTRALGIA CANAGLIA

Esistono generi, se non morti, quanto meno bisognosi di un salvifico defibrillatore. Il cinema di spionaggio, assieme al western, è decisamente tra questi, in quanto tendenza per immagini e di racconto che, detto fuori dai denti, ultimamente non sembra passarsela benissimo: anzi, tutto il contrario. Tinker Tailor Soldier Spy rappresenta un lodevole e accorato tentativo di restituire il filone ai suoi antichi splendori, un esperimento finalizzato a riportare indietro nel tempo le lancette dell’orologio appropriandosi di una superficie estetica decisamente vintage: simbologie segniche retrò che danno il via alla loro motrice narrativa subito dopo aver individuato nel classico e nella tradizione il loro dichiarato punto d’arrivo. Alfredson, e con lui la coppia di sceneggiatori Bridget O’Connor e Peter Straughan, lavorano di setaccio applicando alla settima arte perizia e pazienza del cercatore d’oro: ripartono da un testo capace di consacrare la penna di David John Moore Cornwell (alias John le Carrè) e di dare inizio al “ciclo Smiley”, sintonizzandosi sulle frequenze dei primi, “magnifici” anni ’70, appropriandosi infine di termini quali guerra fredda e controspionaggio. Il risultato è apprezzabile quanto ciò che si configura all’occhio di chi guarda o ascolta all’indomani di una ricerca d’archivio portata a termine da un topo di biblioteca, un po’ secchione e con poca inventiva: minuziosa, esauriente, precisa in ogni singolo dettaglio che sia uno, ciò nonostante spersonalizzata, priva di indole o di un fascino che non appartenga a quanto la materia trattata abbia già ampiamente diffuso su scala popolare quando, quello che ora ci appare come datato o degno retaggio di un’altra nostalgica, epoca filmica, rappresentava invero una delle consuetudini sul grande schermo; tanto che Tinker ,Tailor, Soldier, Spy si conferma esattamente ciò che ti aspetti nel momento in cui familiarizzi con la sinossi della pellicola, timidi tentativi di svincolarsi dall’etichetta di “già visto” inclusi. Alfredson opta per un’impalcatura di regia preconfezionata, degna compagna di un ritmo ciclopico e pachidermico, andamento appena scalfito dagli squarci in flashback imposti dalla scansione di scrittura che da meno non è rispetto alla sua controparte tecnica, visto il gioco al montaggio al quale si presta, accettando un incipit che più telefonato non si può: con tanto di casus belli messo in bella mostra addirittura prima dello scorrere dei titoli di testa. Tutto già visto insomma, pastura trita e ritrita ma tirata a lucido per l’occasione, organismo senza cuore pulsante che non sia responsabilità caricata sulle spalle degli interpreti; principali e non. “Un film di attori” si usa dire in questi casi, motivazione che tanto sa di scusa infantile una volta pizzicati con le dita nella marmellata. Il sospetto è che Tinker Tailor Soldier Spy abbia tentato la soluzione emozionale di mezzo, costruendo sul comunque monumentale Gary Oldman quel che resta dell’ibrido invecchiato e disilluso di un crossover tra 007 Ipcress, allestendo un personaggio trainante che già dal cognome rappresenta una magnifica contraddizione in termini (mai sorriso fu tanto raro sul segnato viso di un George Smiley), efficace si, ma impossibilitato a prendere per mano un’operazione dalle monolitiche due ore di durata. In quanto missione più grande di lui, nonostante il grigiore, la depressa malinconia e il rincorrersi di doppi e tripli giochi che tanto vorrebbero fare cinema. Alla fine della fiera Tinker Tailor Soldier Spy arriva per quello che è: un film dallo sbadiglio facile, magari aristocratico, ma sempre di noia parliamo.

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