QUEI LORO INCONTRI

REGIA: Jean Marie Straub, Danièle Huillet
CAST : Enrico Achilli, Andrea Bacci, Andrea Balducci (…)
SCENEGGIATURA: Jean Marie Straub, Danièle Huillet
ANNO : 2006


A cura di Pierre Hombrebueno

VENEZIA 06’ : APPUNTI MENTALI SU QUEI LORO INCONTRI DI STRAUB-HUILLET

Per una completa sincerità intellettuale nei confronti del lettore, vi racconto esattamente cos'ha vissuto/nonvissuto - (disap)provato - (p)ululato il sottoscritto in occasione della proiezione stampa della nuova opera di Jean Marie Straub e Danièle Huillet, questi (dis)incontri tratti dai Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese nonchè sequel ideale di Dalla nube alla resistenza.
Film diviso in 5 parti, s'apre il sipario e l'aggressione emotiva:
1° Capitolo - Due personaggi voltati alle spalle. Cominciano a parlare nella totalità della macchina fissa, immobile e senza un soffio di minimo movimento. Parlano, parlano e parlano, facendoci capire che questo è puro Cinema uditivo e anti-visivo (e di conseguenza, anti-narrativo ma puramente concettuale, insensitivo).
Però ben presto ci si accorge di un certo difetto dialogico, in quanto i discorsi dei 2 protagonisti risultano incaptabili per il tono tipicamente teatrale, fatto di pause e silenzi didascalici (ricattatori, direbbe qualcun altro). Amplificando i propri sensi uditivi, capiamo che forse stanno parlando degli Dei dell'Olimpo e della dannazione degl'uomini (ma su questo non ci giurerei fino in fondo). Passano i minuti, forse 10, forse 15, per alcuni una vita intera, con queste 2 figure voltate alle spalle che parlano di Zeus e della natura (dis)umana, ogni tanto stordendoci con uno stridulio vocale.
Fine primo capitolo. Attendiamo, impazienti, un'evoluzione nella prossima puntata.
2° Capitolo - Non ci sono
più i 2 personaggi voltati di prima. Stavolta c'è un uomo infilato in un albero e una donna. Silenzi liturgici, piani, totali. Ri-eccoli che parlano nuovamente. Gli dei, la natura, l'uomo, (forse) il senso della vita. Incisa nella fissità di questa macchina da presa che sembra incapace di un micro-movimento, di una micro-valenza che sia cinematografica. Straub e Huillet filmano il teatro. Un dialogo. Di 10 minuti. Forse 20. Forse infinito. Degno del peggior De Oliveira. Ok, attendiamo ancora il prossimo seguito.
3° Capitolo - Sul momento m'è
scattato uno standing ovation nel cuore. A metà film, niente uomini voltati o appesi agl'alberi. Semplicemente un campo di giardini. Ok, ripreso per 10, 15, 500 minuti, ma almeno diverso da tutta l'esperienza precedente. Non solo, la macchina da presa finalmente comincia a muoversi, in alto, poi in basso, movimenti scoordinati ma pur sempre eleganti, seppur ingiustificati da una valenza di significazione che non sia puramente descrittiva (siamo forse finiti in un film naturalista? magari!). Poi, due figure, due sagome indefinite s'intravedono in lontananza tra le foglie degl'alberi. E lì ricordo bene un brivido fortissimo penetratomi nel cuore e nell'anima (seppur Straub-Huillet non facciano cinema puramente emotivo): eccoli che ritornano, 2 (in)personaggi nuovi, non più voltati né sopra alberi, ma seduti. Wow. E rieccole, le voci urlanti, stridule, fastidiose. E Zeus di là, e l'immortalità dall'altra parte. Passano 15/20/30 minuti. Un pianosequenza dell’immobile (si, qua trattasi di immobilità, e non più solamente di staticità) mentre riprende due personaggi fermi nel loro parlato. Nella fissità così risucchiatoria che il sottoscritto, forse, s'addormentò. Effetto sonno, forse, o semplicemente, magari, come per reazione meccanica, i successivi episodi di Quei loro incontri sono stati cancellati automaticamente dal mio cervello, o, usando un linguaggio più fisico: sono stati mandati giù dal cesso insieme alla mia merda.

E si, che l'intento della coppia ex-francese sia quella della concettualità è chiaramente palese. E niente di male in tutto questo, non per niente loro amano citare Godard, il primo concettualoide che mi viene in mente in questo preciso istante. O tanto per rimanere su suolo veneziano, il tailandese Weerasethakuul, che usò il concettualismo cinematografico per diletta espressione dell'arte e della poesia, e ancor prima della spontaneità.

Straub-Huillet hanno invece scelto il canone e il linguaggio teatrale, che inserito in un contesto cinematografico non può che risultare estremamente cacofonico e insensato, privo di una valenza, di un riflesso, di uno specchio dialogico nella percezione filmica. Un gioco a scatole chiuse, insomma, come una partitura musicale venuta male formata da un unico verso o da un unico ritornello che viene inserito al massimo volume in loop. E' palese l'intento provocatorio. E' chiara l'ideologia del rifiuto post-modernistico verso il Cinema così come viene concepito. Il rifiuto di tutti i canoni narrativi della settima arte, la demolizione (ennesima?) di tutto ciò che abbiamo amato in precedenza, da Griffith passando per Ejzenstejn; si ritorna indietro nel progresso, negl’anni storici, bruciando le convenzionalità senza però porne un rimedio; in questo, l’opera del duo potrebbe essere assimilata per procedimento al Cinema di Bruno Dumont: la rispettiva differenza sta nella teoria, nell’intelligenza rifiutata per principio da parte dell’autore di 29 Palms, che in Straub-Huillet diventa invece l’estremizzazione opposta, ovvero la superiorità dell’intelligenza (in questo caso, assolutamente pseuda) sopra tutta la Storia del Cinema. Quindi, da una parte il rifiuto dell’elaborazione filmica per provocare l’istinto senza barriere della sperimentazione animale, dall’altra lo stesso rifiuto incondizionato per strafottenza anti-filica (quella di Straub-Huillet per le immagini in movimento).

Chi ci fa l'enorme onore di leggerci sa bene che raramente difendiamo il Cinema post-moderno. Ma se l'alternativa è un film come questo di Straub-Huillet, a sto punto ridateci quella merda di Emmerich. O Vin Diesel. Perché ogni persona che osa anche solo per un momento definirsi amante del Cinema, e quindi dei suoi canoni poli-tecni-semantici, ha, non il diritto, ma il dovere di ripudiare un’opera come Quei loro incontri.
Citando papà Bunuel: “Bisogna prendere il Cinema per il Cinema, e il veleno per il veleno”.

Veleno per veleno, Quei loro incontri fa parte della peggior specie.

(13/09/06)

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