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CRONACHE DA VENEZIA 2011

Written by Davide Ticchi

REGIA: Manoj Night Shyamalan
CAST: Joaquin Phoenix, Bryce Dallas Howard, William Hurt
SCENEGGIATURA: Manoj Night Shyamalan
ANNO: 2004

LE REALTA’ NASCOSTE

In un presente dove reale e virtuale vivono a stretto contatto, costellato di miti quotidiani da emulare di un qualche breve telegiornale pomeridiano, e simulacri di non vincenti che controllano telepaticamente i loro “seguaci” quasi fossero marionette bioniche, controllate da qualcosa di più grande, irraggiungibile. Ebbene in una realtà di (im)materialità, esiste un piccolo villaggio, abitato da persone che allevano il loro bestiame, persone che vivono di solidarietà e aiuto reciproco, persone che sembrano essere rinate, da qualcosa di tragico, forse proprio dalla vita. Tutto sembra rimanere invariato in quel luogo così recondito, dal tempo alla gente, sembra di osservare un quadro ottocentesco che raffigura il presente felice di un villaggio, degli stereotipi che lo popolano, della sua staticità. Lo scemo del villaggio preoccupa subito noi osservatori di un tempo che fu, un soggetto così inquieto non può di certo passare inosservato, così vergognosamente abile nel non badare alla paura, che tutti gli altri hanno, a trasmettercela con la sua sola presenza. È il grande potere di un “diverso”, che non si fa compatire dagli altri suoi amici “normali” (tutti gli abitanti del villaggio), al contrario rappresenta per noi il timore palpabile di un posto che emette sospiri profondi, che soffoca la sua paura per il male che lo circonda, per il mondo di cui fa parte. È il piccolo villaggio della coscienza di un pianeta che urla il suo stato di disorientamento sociale, di sconnessione morale dalle grandi reti di comunicazione universali, senza ovviamente fare caso proprio alla sua smarrita coscienza, al suo giardino dell’Eden. E proprio in quel paradiso pacifico, in quell’oasi di sana dispersione, si trova la paura per quello che c’è all’esterno, oltre i confini dello spazio e del tempo, segnati da una fitta boscaglia che ostruisce la vista di un possibile futuro alternativo e cela creature mostruose che hanno stipulato un patto con gli abitanti del villaggio, quello di non ostacolarli o attaccarli, a meno che non lo facciano prima loro. La vita nel villaggio procede infatti abitualmente, le creature non disturbano gli abitanti, che danno alle loro paure accezioni multicolore in mancanza di concretezza delle sensazioni, e non danno loro modo di farsi odiare. Ma un bel giorno il “diverso” inizia il male entro i confini del villaggio, la morte di un rosso acceso si fa intravedere, bussa alle porte della gente, percorre le vie del villaggio incontaminato, chiede di un giovane troppo riservato e innamorato per reagire ad essa. Proprio attraverso lo scemo del villaggio, carico di dolore e gelosia, lo accoltella nella pancia, lui che innamorato di una ragazza cieca, lo aveva sottratto all’amore platonico per essa. L’odio del “diverso” si è materializzato in un atto di insondata violenza, repressa ormai da troppo tempo, che farà accrescere nuovo odio e rancore all’interno di un villaggio che non sa come comportarsi ora, proprio quando è di fronte alla necessità della sopravvivenza. La giovane donna cieca, domanderà agli anziani di poter attraversare il bosco in modo da raggiungere la città e trovarvi così le medicine necessarie per il suo giovane amore. La cecità, l’obbligo di non vedere cosa sta aldilà di tutto, di serbare la propria coscienza integralmente, permette alla giovane di ricevere il consenso degli anziani abitanti del villaggio, che sanno essere l’unica a poter andare “oltre”, permettendole altresì di mantenere intatta la loro “attività”. Mentre il villaggio sussulta, prende finalmente grandi decisioni dettate dal proprio animo dissepolto, il “diverso” rimane chiuso nel suo male, in una stanza vuota, ove si cosparge delle sue stesse angosce, cercando una via di fuga all’ordinamento del villaggio.

Esiste ancora un cinema capace di esplorare nuovi mondi, nuove realtà parafrasate costantemente alla nostra, frutto di un evoluzione di molte di esse messe insieme a formare un unico grande mondo, un unico grande universo, e l’annullamento di questi. Di tutto ciò il sesto film di Manoj Night Shyamalan è una perfetta illustrazione, accortamente privata della sua natura più prevedibilmente angosciosa, e acuita del senso metaforico e simbolico di una realtà alternativa che ci riporta al contrasto con quella univoca del resto del mondo. Il villaggio di Shyamalan può anche generare innumerevoli e differenti interpretazioni, ma tutte condizionate dalla ricusazione esplicita nei confronti della società moderna, della sua politica e dei suoi squilibri. Il senso catastrofico che si può percepire in alcune sequenze del film ancora ambientate nel villaggio, ci riporta alla percezione del “diverso” come forma di squilibrio sociale, che sparge infatti il male e il sospetto in tutte le case, delle quali però nessuno che le abita ha mai tentato minimamente di aiutarlo, di dargli una mano sul serio. Ed è proprio il distacco della gente ad accrescere l’odio per il mondo, a portarli a rifugiarsi in un villaggio sperduto ove poter dimenticare e non avere più a che fare con la società dalla quale si viene. Questa totale freddezza, trova il suo opposto nella Ivy protagonista, ottimamente interpretata da Bryce Dallas Howard, che trovando impossibile il vedere si limita ad affacciarsi sui colori che ogni persona od oggetto ai suoi occhi emana, dimostrando di essere l’unica insieme a Noah, lo scemo del villaggio, a provare vere sensazioni ed emozioni aldilà della paura, che le possono così permettere il travalico del bosco. Il violento e contorto passato degli anziani del villaggio, si riversa anche sulla concretezza dell’apparenza, come quella espressa dalle forme scomposte e acuminate delle creature del bosco, contenute in case isolate o sotto il pavimento, con l’unico scopo di dimenticare e indossare nuovamente i panni dei propri traumi, delle proprie fobie, dei propri ricordi corrotti. Così Ivy quando viene assalita da Noah vestito da creatura, rappresenta la gioventù del villaggio che inizia a contrapporsi al volere opportunista e esteriore degli anziani, abbattendolo senza riuscire bene ad accorgersi quale grande barriera si è riusciti a eliminare. Infine Ivy scavalca la recinzione che le consente di venire a contatto con un mondo nuovo, fatto di rumori strani, di oggetti contundenti e di metallo freddo, è il mondo del nuovo millennio, dell’era in cui è nata e della cui presenza deve sopportare.
Lo stile introspettivo e minuzioso subentra a quello intersecato e slacciato dei precedenti horror soprannaturali diretti dal regista indiano, dove la trama serpeggia tra le continue incertezze di situazioni incerte, che in The Village vengono invece annullate grazie ad una narrazione chiara che semina dubbi e timori solo a livello contenutistico. Lo sviluppo del plot è contraddistinto dalla chiarezza e dalla consequenzialità, che porta ad un’attenta osservazione e analisi degli ambienti (che esercitano un ruolo cardine nel film) e degli abitanti (che diventano appunto un unico aspetto con il villaggio). Non è un caso che l’introspezione in The Village eserciti un ruolo di fondamentale importanza, e dia la possibilità di fare riflettere attraverso un soggetto che altrimenti approfondirebbe troppo le proprie radici malefiche. Segnando una svolta stilistica e contenutistica quindi, The Village ha tutti i presupposti per richiamarsi a film sociale, horror etico e di denuncia politica, ma è anche e soprattutto opera di cognizione e congiunzione fra realtà differenti, villaggi vecchi e nuovi nascosti nel verde purificatorio e strade extraurbane che circondano foreste per raggiungere immense città “rosse”.

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Sunday, 20 March 2005

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